Il tragico ieri e oggi

Quanto del pensiero tragico che si sviluppò nell'antica Grecia rimane al giorno d'oggi? Proviamo a tracciare un quadro d'insieme partendo dai pensatori a noi più vicini e confrontando le loro idee con quelle dei grandi tragediografi greci.

Nietzsche, Schopenhauer e altri filosofi tra cui Kierkegaard considerano pessimisticamente la condizione umana: l’esistenza in sé è tragica, l’angoscia è la punizione dell’uomo per la sua consapevolezza. La coscienza che l'uomo ha della vita, la sua vista più acuta di quella di ogni altro essere vivente, è la fonte della sua infelicità: impossibile non citare ancora una volta il personaggio di Edipo. La tragedia è considerata dai più la conseguenza di una terribile scoperta: l'insensatezza della vita.
“ Se l'uomo percepisce la verità in uno stato di coscienza, vedrà ovunque solo la miseria e l'assurdità della vita... e un grande disgusto lo assalirà. ”
F. Nietzsche, Anticristo

"Teorie ingegnose, pessimistiche, ma sbagliate", afferma in "Tragedy" W. M. Dixon. Dixon ritiene che lo scopo della tragedia non sia di mettere in scena l'impotenza della condizione di ogni uomo, ma di mostrare quanto sia "grande e straordinario" il mondo di cui egli fa parte. La tragedia ci invita ad estendere la nostra immaginazione verso l’infinito, verso intelligenze più grandi e verso obiettivi più ampi dei nostri. Questa visione, rafforzata dell’espressività tipica della poesia, rende gioiosa l’esperienza della tragedia. Dixon trova le cause del declino della tragedia nell'età moderna proprio nel rifiuto di estendere la nostra immaginazione, spostandoci da interessi cosmici a questioni sociali e psicologiche.

La tragedia attica, in effetti, fu tutto fuorché una disillusa rappresentazione dell'impotenza dell'uomo. Dixon ha ragione quando dice che la forza della tragedia attica era la tensione verso qualcosa di sublime, di superiore. La catarsi dello spettatore era provocata sicuramente dalla proiezione delle sue emozioni verso una realtà eterna, rappresentata dal teatro. Tuttavia mi sembra che la tragedia attica non si risolva, in ultima analisi, in una tensione verso l'infinito. E' semmai il tragico che ha il suo culmine, in molte tragedie, nella lotta dell'uomo con il divino, ma non è questo il messaggio finale della tragedia. Credo che vada analizzato soprattutto l'insegnamento che essa trasmetteva, e sono convinto che fosse strettamente legato alla natura umana.

Sofocle descrisse l'uomo come “la più meravigliosa creatura esistente”: nelle sue tragedie emergono sempre i sentimenti di uomini grandi, valorosi, in lotta contro una sorte avversa ma mai rassegnati ad essa, mai davvero vinti. Edipo non si piega alla sorte che man mano gli si prospetta sempre più infelice, affronta a viso aperto la sua condizione (in Edipo re) e, alla fine, riesce a camminare incontro alla morte serenamente e a testa alta (Edipo a Colono). Edipo arriva a riconoscere che “tutto è bene” e a dire, alle sue due figlie, che “tanti affanni può sciogliere una parola: io vi ho amato”. Edipo, così come Prometeo e altri eroi tragici, impara un'importante lezione: è impossibile per l'uomo elevarsi al di sopra della sua finitezza e negare l'ordine che regola il mondo. E' un ordine giusto in Eschilo e incomprensibile in Sofocle, ma è lo stesso ordine a cui ogni greco sentiva di appartenere. Edipo, una volta capito questo, ritrova tutta la sua umanità nell'amore per le figlie.

“L'opera umana più bella è di essere utile al prossimo” dice a questo proposito Sofocle.

La tragedia spinge, in definitiva, l'uomo ad un ritorno verso se stesso, più che ad un allontanamento dalla sua condizione. Albert Camus sottolinea, nel suo saggio “Sull'avvenire della tragedia”, che le due epoche in cui questa forma teatrale si è espressa con più vigore sono state quella classica in Grecia e quella del teatro elisabettiano, francese e spagnolo dei secoli XVI e XVII. Rileva tra di esse un'importante analogia: entrambe segnano un cambio di direzione del pensiero dell'uomo, in particolare il passaggio dalle “forme di un pensiero cosmico” ad altre “forme animate dalla riflessione individuale e razionalista”. Il passaggio da Eschilo a Euripide e da Shakespeare a Corneille è esattamente questo: un distacco graduale dalla concezione di un mondo sorretto da forze superiori per approdare al trionfo della ragione, che nell'antica Grecia come nell'Europa del XVII secolo mise fine alla tragedia.

La tragedia, secondo Camus, nasce proprio da questo spinta “evolutiva” dell'uomo. La tragedia non esiste quando nell'uomo non c'è contrasto, la tragedia nasce tra la luce e l'ombra e dalla loro opposizione. E' proprio questo contrasto, rappresentato sulla scena, la differenzia dal dramma: le forze in gioco nella tragedia non prevalgono l'una sull'altra, ma si annientano a vicenda perché sono ugualmente legittime. L'ambizione di Prometeo, la voglia di conoscere di Edipo, la fierezza di Antigone sono tutti propositi di per sé giusti, ma a cui si oppongono altrettante valide ragioni: la giustizia divina, la sorte degli oracoli, la legge di stato di Creonte.

Proprio questa incessante opposizione conflittuale è il fulcro della tragedia. La purificazione della tragedia, di cui parlava Aristotele, consisteva anche in un importante insegnamento: accettare il mistero dell'esistenza nella sua complessità. L'eroe tragico, inevitabilmente, arriva a questo insegnamento tramite il dolore.

Schopenhauer riprende il tema del dolore, tuttavia con una significativa differenza. Il messaggio che egli intuisce nella tragedia, che tramite la rappresentazione del dolore umano ci libera momentaneamente dalla volontà, è un insegnamento passivo di rassegnazione: vedendo l'insensatezza della vita, l'uomo è invitato ad allontanarsene. L'insegnamento del , tipico dei tragediografi greci, è di tutt'altra natura: l'uomo attraverso il dolore capisce la sua finitezza, l'impossibilità di raggiungere il divino, ciò che gli è superiore. Ma non per questo deve rinunciare a vivere. L'insegnamento tragico non è di rinuncia, ma di consapevolezza. La grandezza degli eroi tragici risiede dapprima nella loro tensione verso qualcosa di superiore; poi, e soprattutto, nel riconoscimento della propria , che corrisponde alla loro vittoria nel momento in cui, accantonati propositi irrealizzabili, si riappropriano di tutto ciò che è loro: della loro vita, della loro volontà, del loro destino.

Il già citato Camus, nella celebre opera “Il mito di Sisifo”, analizza il momento in cui Sisifo, costretto a portare in eterno un masso in cima ad una montagna per poi andarlo a riprendere una volta caduto, compie la sua discesa dal monte.

E' il momento chiave in cui Sisifo prende consapevolezza del suo destino e si rende conto che il suo sforzo non lo condurrà a nulla. Ma è, nello stesso tempo, l'istante in cui Sisifo è più forte del proprio destino, perché ne è cosciente.
“ Vedo quell'uomo ridiscendere con passo pesante, ma uguale, verso il tormento, del quale non conoscerà la fine. Quest'ora, che è come un respiro, e che ricorre con la stessa sicurezza della sua sciagura, quest'ora è quella della coscienza. In ciascun istante, durante il quale egli lascia la cima e si immerge a poco a poco nelle spelonche degli dei, egli è superiore al proprio destino. E' più forte del suo macigno. [...] Il destino gli appartiene, il macigno è cosa sua. [...] Se vi è un destino personale, non esiste un fato superiore. [...] Egli sa di essere il padrone dei propri giorni. [...] Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice. ”
A. Camus, Il mito di Sisifo

E' possibile che la dignità umana stia nella consapevolezza che egli matura della propria condizione tragica? Per gli antichi greci sì. Forse è proprio la diversa concezione maturata in età moderna che rende impossibile alla tragedia esprimere quella potenza che si manifestò nella grande Grecia dell'età classica.