Schopenhauer e la tragedia

Schopenhauer dedica una parte della sua opera principale, “
Il mondo come volontà e rappresentazione”, alla tragedia. Ne analizza il messaggio e la funzione, in relazione al rapporto tra l'uomo e la volontà.
Per capire meglio, facciamo un passo indietro: il filosofo tedesco afferma che la realtà non ci si presenta come realmente è. Possiamo infatti percepire solo la dimensione del fenomeno (ovvero la realtà empirica), ma mai quella noumenica (ovvero l'essenza delle cose) chiamata da Schopenhauer “volontà”. Schopenhauer parla di volontà come essenza costitutiva di ogni essere vivente, impulso alla sopravvivenza: è una forza cieca, irrazionale, inconscia, unica ed eterna.
Solo l'uomo, tuttavia, può averne consapevolezza, e da ciò nasce la sua condizione di sofferenza. La vita dell'uomo, secondo Schopenhauer, è un continuo alternarsi di dolore e noia. L'uomo desidera infatti sempre qualcosa che gli manca: da ciò deriva il suo dolore. Una volta soddisfatto il desiderio, sopraggiunge invece la noia. E' un ciclo infinito in quanto ad ogni desiderio esaudito ne subentra sempre uno nuovo.
L'uomo è quindi infelice poiché guidato da una volontà cieca ed irrazionale, eppure può liberarsi, momentaneamente o definitivamente, dal suo controllo. L'arte, per Schopenhauer, è una delle vie che l'uomo può seguire per annientare momentaneamente la forza della volontà. La tragedia assume di conseguenza un ruolo particolarmente importante: è una delle forme artistiche che meglio aiuta l'uomo in questo distacco dalla volontà. Non solo: Schopenhauer afferma che la tragedia è il più elevato genere poetico a causa della difficoltà di esecuzione e dell'effetto che riesce a ottenere.
“ Come opera suprema del genio poetico, la tragedia mostra il lato terribile della vita, i dolori e le angosce dell'umanità, il trionfo dei malvagi e la sconfitta degli innocenti ”
A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione
La tragedia mette in scena la volontà in una lotta contro se stessa che, attraverso i terribili conflitti interni dei personaggi, la porta ad un'autodistruzione. La tragedia mostra la vita nel suo aspetto terribile. Ci presenta il dolore senza nome, l'affanno dell'umanità, il trionfo della perfidia, la schernevole signoria del caso e il fatale precipizio dei giusti e degli innocenti. E' proprio nel dolore dell'umanità che si fa visibile, in tutta la sua pienezza, il contrasto della volontà con se stessa. E' un'unica volontà, ma ha molteplici manifestazioni che si scontrano e dilaniano a vicenda: il dolore umano può essere prodotto in parte dal caso o in parte dall'errore, parte dagli dei e parte dall'uomo. Questa lotta continua provoca, in alcuni individui maggiormente e in altri meno, la rivelazione della volontà stessa e di conseguenza, il suo annientamento: viene squarciato il cosiddetto “velo di Maya”, ovvero il fenomeno. L'accecamento di Edipo è un chiaro esempio. Edipo, accecandosi, si libera da ogni legame col mondo terreno e da ogni impulso irrazionale: era stata proprio la cieca volontà a guidarlo verso l'omicidio del padre e l'incesto con la madre. Edipo, diventato cieco, guarda la volontà per come davvero è e, proprio per questo, ne annulla l'effetto.
La tragedia, poi, trasmette un preciso messaggio: mostrando le sofferenze degli uomini e l'insensatezza della vita, suggerisce all'uomo che essa non merita il nostro interesse e quindi produce in lui rassegnazione. Il senso del tragico promuove quindi la consapevole rinuncia della felicità: l'uomo, riconoscendo il significato più profondo della vita, spezza momentaneamente le catene della volontà con il suo rifiuto di vivere.