Peter Stein e la tragedia greca
Domenica 28 ottobre 2007, ore 11, Milano. Peter Stein tiene una conferenza a Palazzo Marino riguardo "La tragedia greca".
Il regista teatrale tedesco è considerato tra i più importanti artefici del teatro europeo nella seconda metà del Novecento. Nato il primo ottobre 1937, Stein conquista la notorietà per i suoi progetti monumentali, bizzarri, spesso criticati ma mai ignorati.
Tra le sue opere più significative ricordiamo
Peer Gynt di Henrik Ibsen (1971),
Il principe di Homburg di Heinrich von Kleist (1972),
I villeggianti di Maxim Gorky (1974),
Come vi piace di William Shakespeare (1977),
Orestea di Eschilo (1980), alcune opere di Anton Cechov, alcune di Verdi,
Faust I & II di Goethe (2000) e, infine,
Elettra di Sofocle (2007).

Peter parla molto bene l'italiano (vive da anni sulla nostra penisola con sua moglie, l'attrice Maddalena Crippa), così per la conferenza non ha bisogno di un traduttore, ma solo di qualche chiarimento ogni tanto. E' un tipo simpatico, un po' strambo a dire il vero. Ha appena compiuto 70 anni ma sembra ancora un ragazzino vivace che si diverte a parlare della sua passione numero uno: il teatro.
E' una sorta di impulso emotivo, dice Stein, che ci fa appassionare al teatro. Solo studiandolo, però, si capisce e si apprezza davvero. In particolare, l'analisi dei classici greci è imprescindibile per tutti: senza di essa non si capisce proprio il teatro. Stein si accostò molto presto al teatro classico: dall'età di 10 anni studiò il greco antico e, a 13 anni, tradusse due scene del
Filottete di Sofocle. Tanto di cappello!
La tragedia greca mostra una complessità di fondo, in particolare a causa delle sue origini oscure. Occorre accostarsi alla tragedia, dice Stein, come fa un archeologo con una statua antica a cui manca un braccio: cercando di ricostruirla con calma. La tragedia greca aveva tre elementi essenziali: musica, danza e testo. Purtroppo ci rimane solo il testo delle tragedie a noi tramandate. Questo perché il vero teatro nasce con la scrittura e si tramanda attraverso trascrizioni (e questo comporta un altro problema: quello degli errori di trascrizione). Purtroppo possediamo solo una piccola parte dei testi delle tragedie greche, questo anche per colpa di "
quello stronzo di Giulio Cesare che bruciò la biblioteca di Alessandria" (ipse dixit). Il traduttore moderno ha due questioni da affrontare: la ricostruzione del testo originale e la resa in lingua moderna (non deve però mai snaturare le idee e i valori che esprime la tragedia antica per adattarli al giorno d'oggi).
La tragedia parla essenzialmente dell'uomo e della sua problematica esistenza. L'uomo è, in virtù delle sue scelte, macchiato da colpe per cui è punito continuamente dagli dei. Il rapporto conflittuale con gli dei e la nostra condizione paradossale (siamo nati per morire) portano i tragici ad affermare: "
E' meglio per l'uomo non essere mai nato". Anche quando siamo felici stiamo solo camminando nel vuoto, "
esattamente come Donald Duck che cammina sul ciglio di un burrone senza sapere che cadrà" (che paragone geniale!).
Ma torniamo alle origini della tragedia: prima del teatro esistevano riti, feste della comunità, danze: avvenimenti collettivi che spesso avevano a che fare con la dimensione mitica di Atene. La nascita del teatro si crea in quest'atmosfera, non dimentichiamo che il teatro è una creazione tipicamente ateniese. La tragedia si origina quando dal coro ditirambico si stacca un attore che diventa il protagonista. Questo cambiamento comporta forti ripercussioni sull'organizzazione della scena. Tespi dispone il coro intorno al protagonista che si trova su un piano sopraelevato, un palcoscenico vero e proprio chiamato
skené. Viene poi introdotto il secondo attore da Eschilo: dopotutto il teatro ha sempre avuto la tendenza ad esagerare. Così il pubblico non sta più tutt'intorno, ma ai lati della scena. Con l'introduzione del terzo attore ad opera di Sofocle si crea una prospettiva diversa, per cui il pubblico si dispone su un solo lato davanti al palcoscenico. Il coro, invece, viene posto nell'"
orchestra" di fronte agli attori ma sempre in modo da essere attorniato dagli spettatori.
Dimenticatevi tutte le informazioni su usi e costumi tipici del teatro greco (come i coturni che indossavano gli attori): sono in gran parte sbagliate, afferma Stein, essendo invenzioni del teatro romano. Il teatro greco era un teatro sicuramente "naturale", molto leggero, in legno. Inizialmente le tragedie, poi, non venivano mai ripetute ma rappresentate una volta sola. La successiva morte della tragedia corrisponde al declino di Atene, distrutta dagli spartani.
La tragedia raccontava il mito, distruggendolo. "
Se inizi ad argomentare il mito, sei fottuto" sostiene Stein. Si perdeva infatti l'elasticità del racconto orale in favore di un'interpretazione, ad opera del tragediografo, di un particolare episodio mitico. Spesso l'interpretazione comportava un adattamento, una rielaborazione del mito: non dobbiamo quindi sorprenderci se i racconti sono spesso diversi, talvolta contraddittori. La tragedia aveva un'importante componente razionale, quindi: razionalizzava il mito dandogli una precisa connotazione. Se la tragedia non fosse in qualche modo razionale, ad esempio, Freud non avrebbe potuto utilizzarla per spiegare la sua teoria psicanalitica. E' sorprendente che ancora oggi possiamo capire ogni parola di una tragedia greca e indagarne il significato.

Esaminiamo ora la tragedia che forse più di ogni altra ha reso celebre Stein: l'
Orestea di Eschilo. L'
Orestea, sostiene Stein, è il fondamento non solo del teatro occidentale, ma anche della nostra cultura democratica. Eschilo mette in scena una storia di sangue, colpe, omicidi, vendette. La stirpe degli Atridi è maledetta, macchiata da una colpa che si tramanda da generazioni. "
Pelope era uno stronzo enorme" afferma Stein.
L'
Orestea si articola in tre parti: uccisione di Agamennone, vendetta (sangue per sangue) di Oreste con successivo tormento e crisi dello stesso a causa delle Erinni, creazione della giustizia ad Atene. La domanda chiave di questa ultima fase è: "
Perché, Oreste, hai ucciso tua madre?". E' il momento di razionalità in cui la situazione si evolve verso qualcosa di nuovo: la giustizia, il verdetto dei giudici. Verdetto che è di parità: 6 giudici votano a favore di Oreste, 6 contro. La democrazia non funziona, quindi. Serve il giudizio decisivo di Atena, presidente del tribunale, per mettere d'accordo tutti. Atena salva Oreste, le Erinni a questo punto minacciano la città. Atena, quindi, cerca un compromesso attraverso un gesto di seduzione. E' importante giungere ad un compromesso per andare avanti: trovare un accordo è come costruire un ponte sul fiume delle contraddizioni. La democrazia, vediamo, non è dunque la soluzione definitiva ma è costantemente in pericolo: deve essere ricostruita in ogni momento con dei compromessi.

Analizzando le tre tragedie di cui si compone, vediamo come la prima (l'
Agamennone) sia la più arcaica: il coro canta a lungo e il pubblico spesso pensa "che noia!".
Coefore è una tragedia più complicata, formata da due parti che si svolgono in due ambienti diversi. E' molto importante anche la connotazione psicologica di due scene particolari: il riconoscimento di Oreste da parte della sorella Elettra e quello, sempre di Oreste, da parte della madre Clitennestra. La struttura drammaturgica delle
Eumenidi, invece, non ha fatto molta storia. E' una tragedia molto oratoria e corale, forse un po' noiosa, che finisce con un grande tripudio finale.
Il coro è l'elemento base dell'
Orestea. Lo stesso Stein adottò una soluzione rivoluzionaria (e copiata a più riprese) collocandolo, nella rappresentazione del 1980, in mezzo al pubblico. Quattordici anni dopo (nel 1994) venne rappresentata, nella Russia di Gorbaciov, una nuova versione della trilogia eschilea. Stein fu fortemente criticato, in particolare perché ad un certo punto Apollo invitava i giudici a seguire "
la via media": un partito russo di quei tempi si chiamava proprio "
Via media"!

Stein ha collaborato anche con Dario Del Corno per la
Medea di Euripide. A tal proposito il regista tedesco si serve di un esempio concreto per spiegare come sia opportuno riscrivere queste tragedie antiche cercando in tutti i modi di non modernizzarle. La nostra cultura, certo, è molto lontana da quella dell'antica Grecia, ma non per questo significa che possiamo cambiare, o addirittura togliere, delle scene per adattarle alle nostre concezioni. Nella
Medea di Euripide è presente una scena in cui i corifei espiano i delitti compiuti da Medea. Molti registi moderni tolgono questa parte credendola banale o priva di senso. Ci si chiede perché essi debbano espiare i delitti commessi da qualcun'altro, ma non si capisce che è un rito più profondo di quanto possa apparire: è l'espiazione indispensabile di un terribile crimine consumato proprio in quello stesso luogo. Stein capisce bene il suo significato, afferma, essendo tedesco e avendo vissuto personalmente gli orrori del nazismo. Questo rituale, afferma, costituisce il nucleo dell'intera tragedia. Toglierlo significherebbe snaturarla completamente.
Un'altra tragedia greca di cui Stein si è occupato è l'
Elettra di Sofocle. La sua rappresentazione, molto recente (2007), ha registrato il "tutto esaurito" (15000 spettatori circa) nel magnifico teatro di Epidauro. "
Un'emozione unica" racconta Peter.
La storia è la stessa che leggiamo nell'
Orestea di Eschilo e nell'
Oreste di Euripide, ma con una significativa differenza: non c'è il problema del rimorso. E' invece una tragedia unilaterale, tipicamente sofoclea. Sofocle, in particolare, fonda la tragedia sull'ironia tragica. E lo fa con degli effetti teatrali geniali (non dimentichiamoci che a quell'epoca molte soluzioni teatrali erano ideate per la prima volta). L'oracolo dice che Oreste dovrà entrare nella casa della madre non con la forza, ma con l'inganno. L'inganno è un elemento tipico della rappresentazione teatrale: il teatro stesso è fondato sull'inganno. Vediamo Oreste portare con sè un'urna attraverso la quale si concretizzerà il suo inganno. Oreste finge di portare se stesso, morto, nell'urna. Il problema è che, quando vede sua sorella Elettra, lei non lo riconosce e, credendolo davvero morto, va in crisi. E' un tipico esempio di ironia tragica: vediamo Elettra disperarsi per la morte del fratello quando invece lui le è accanto a pochi passi, vivo e vegeto!
Successivamente Oreste uccide Clitennestra e poi Egisto. Sia Eschilo che Euripide antepongono invece l'uccisione di Egisto al terribile matricidio di Clitennestra. Sofocle inverte le parti e ci presenta nuovamente un esempio di ironia tragica. Oreste esce con un cadavere che consegna ad Egisto, il quale si rallegra e dice: "Chiamami Clitennestra". Oreste risponde lapidariamente: "Non ce n'è bisogno: è qui presente". Oreste ammazza poi Egisto esattamente dove lui ha ucciso suo padre Agamennone: un altro esempio della grande ricchezza di significati che troviamo in una tragedia antica e della particolarità che, anche a quel tempo, aveva la sua messa in scena.
Il teatro è sempre stato complesso, enigmatico. Sbagliava Brecht a considerarlo un mezzo per educare la gente: nelle rappresentazioni teatrali è il cattivo ad essere, il più delle volte, più interessante del buono. Le tragedie greche si fondavano essenzialmente su un grande conflitto: uomini contro dei. Euripide si scostò in parte dal centro della tragedia: le sue opere sono più sofisticate e si risolvono spesso con un intervento divino che sistema tutto. Altro punto chiave delle tragedie greche era l'importanza della decisione dell'uomo. Si tratta di una scelta sempre problematica, che spinge l'uomo allo sbaglio ma anche alla conoscenza secondo l'ideale eschileo del

. L'uomo è libero quando non ha ancora scelto ma, non appena compie la sua scelta, uccide all'istante tutte le alternative: ogni scelta è, in questo senso, un atto violento.
Questa concezione è stata superata dal Cristianesimo attraverso una visione positiva della dimensione divina e del destino dell'uomo e, successivamente, oscurata da tutte le grandi illusioni della modernità: la scienza, il progesso, la tecnologia. La cultura greca ci appare lontana ma non completamente estranea: nel novecento abbiamo nuovamente aperto gli occhi sugli orrori di cui l'uomo è capace, sull'inconsistenza delle nostre illusioni e sulla tragica sorte umana. Non è un caso, quindi, che oggi anche i bambini cantino "No future!*".
* Stein cita una canzone dei Sex Pistols, "God save the queen", come emblema della disillusione che, ancora oggi, si fa strada nella nostra cultura. In questo senso, lo spirito tragico dell'antica Grecia è più vicino a noi di quanto i molti secoli che ci separano da quell'età ci possano suggerire.
Links
Peter Stein: biografia
Peter Stein: opere
L'Orestea di Peter Stein (inglese)