L'idea del tragico

La tragedia greca nacque grazie a due fondamentali novità: la narrazione di una vicenda mitica per mezzo della voce diretta dei protagonisti e la rappresentazione dell'azione mitica come se si svolgesse nel presente. La tragedia attinge, per le sue storie, dal grande serbatoio dei racconti mitici. La novità è però l'attualizzazione delle vicende nel presente della dimensione teatrale: avviene così il passaggio dal racconto all'azione, dalla narrazione alla drammatizzazione. Per questo Aristotele, nella Poetica, afferma che la tragedia è imitazione di un'azione nel suo stesso svolgersi.
Ai tragediografi greci non interessava raccontare l'intera vicenda mitica di un personaggio, bensì collocarlo direttamente in un particolare momento della sua vita. Questo momento, rappresentato sulla scena, diventava attuale per lo spettatore e, contemporaneamente, per l'attore che indossava la maschera del personaggio. Ciò era possibile grazie alla narrazione per mezzo di dialoghi tra i personaggi che parlavano direttamente della loro situazione, dei loro sentimenti, delle loro paure o delle loro speranze. La voce narrante, che nei racconti mitici e nella lirica corale era affidata ad un narratore esterno, con il teatro greco diventa quella dei personaggi, che vivono nel presente dello spettacolo i momenti cruciali della loro storia appartenente alla cultura mitica.
“ L'invenzione della tragedia si ha quando per la prima volta un uomo che espone una storia esce dalla propria identità anagrafica e riveste quella di un personaggio del passato, storico o mitico che sia. Nella nuova condizione, che è quella dell'attore, egli si contrappone al coro, attraendo anche questo entro la sfera del proprio racconto. Accade così che, in una dimensione temporale che fa coincidere il passato con il presente, l'attore e il coro si propongano come protagonisti di una nuova realtà, la cui forza mimetica attira pure il pubblico in una partecipazione totale e immediata. [...] La tragedia nasce quando l'uomo scopre che nell'azione teatrale gli è dato di vivere un'altra realtà, e che in questa realtà egli può manifestare la grande, terribile verità che gli si è rivelata: cha la vita umana è un inespiabile dolore. ”
D. Del Corno, La letteratura greca (vol. II)
La tragedia nasce da una sorta di interpretazione, ad opera del poeta, del mito, in modo che esso assuma un valore universale e possa rappresentare al meglio la tragicità della vita di ogni uomo. Il mito diventa così paradigma della condizione umana e, parallelamente, l'eroe mitico, che prima era statico e fisso nella sua dimensione eroica, ora diventa poliedrico, ambiguo, in preda a passioni che lo sconvolgono e soggetto a forze superiori che ne tracciano il destino. Tale destino, per ogni eroe, è già fissato nel mito. Lo spettatore conosce già le sue azioni e partecipa della paradossalità della sua condizione: libero di scegliere, ma destinato ad una fine già scritta.
“ Ogni tragicità è fondata su un conflitto inconciliabile. Se interviene o diviene possibile una conciliazione, il tragico scompare. ”
J. W. Goethe, Colloqui con Eckermann
La tragedia, dice giustamente Goethe, ha origine da un conflitto inconciliabile. Se si presentasse una soluzione a questo conflitto, perderebbe il suo carattere tipico. Il tragico, indipendentemente dalla forma che assunse nel teatro greco, si esprime prima di tutto come contrasto tra volontà e destino, tra libertà e necessità: è questo il conflitto maggiore, quello che opprime anche ogni protagonista della tragedia greca.
La presa di coscienza di questo conflitto è alla base della nascita della tragedia. Nella gloriosa Atene del V secolo l'intensa dinamica della vita sociale, culturale e politica fece sorgere nella mente dell'uomo problematiche riguardanti la conflittualità e ambiguità della realtà. L'uomo iniziò ad interrogarsi su quanto effettivamente le sue azioni fossero significative e su quanto egli riuscisse ad avere potere sul corso degli eventi. Giunse alla conclusione che non gli è concessa un'assoluta certezza del futuro poiché le sue azioni, nonostante possano essere compiute in vista di un fine, non necessariamente lo ottengono e, talvolta, giungono perfino a conseguenze opposte a quelle desiderate.
L'eroe tragico vive questa condizione che l'uomo scopre progressivamente: ogni sua azione è una scommessa sull'ignoto, e questo ignoto assume la forma delle divinità. L'eroe tragico è uno, ma il suo dolore è quello di tutta l'umanità, la sua sofferenza è quella che tutti possono provare, il suo destino è quello di ogni uomo. Questo carattere di universalità è strettamente legato alla natura di finzione che riveste il teatro: una sorta di realtà a sé stante ma che rivela continuamente le verità più profonde dell'esperienza umana allo spettatore. La maschera è il simbolo di questa finzione rivelatrice. Essa, secondo quanto dice C. Segal nel saggio “
L'uditore e lo spettatore”, è il segno della volontà del pubblico di sottomettersi all'illusione e di profondere energie emotive in qualcosa che viene connotato come fittizio. Lo spettatore ha quindi un ruolo attivo nella rappresentazione tragica: non considerava il momento teatrale come una finzione a scopo di intrattenimento, bensì come una realtà alternativa, fondata su leggi proprie, nella quale immedesimarsi e scaricare le proprie emozioni.
“ L'incantesimo della maschera dionisiaca libera, in dosi controllate, le paure, l'ansia, l'irrazionalità che covano sotto la patina di splendore dell'Atene di Pericle. ”
C. Segal, L'uditore e lo spettatore
La tragedia non ricercava più il piacere dello spettatore, tipico della recitazione epica o della rappresentazione corale. Il pubblico era invece coinvolto emotivamente in una tensione continua tra due poli: quello del piacere, proprio di uno spettacolo di alta qualità, e quello del dolore, provocato dai contenuti della tragedia. Il coinvolgimento del pubblico era totale, tanto che sappiamo che un tragediografo, Frinico, venne perfino multato per aver terrorizzato gli spettatori inserendo riferimenti di attualità in una sua tragedia.
Nella “
Poetica” Aristotele, che riconosce nella tragedia attica del quinto secolo l’espressione più alta di tutta la poesia greca, utilizza a questo proposito il termine

(depurazione).
“ Tragedia è dunque imitazione di un azione seria e compiuta, avente una propria grandezza, distintamente per ciascun elemento delle sue parti, di persone che agiscono e non tramite una narrazione, la quale per mezzo di pietà e paura porta a compimento la depurazione di siffatte emozioni. ”
Aristotele, Poetica, 6
La tragedia, secondo Aristotele, più che un’imitazione della natura come l’arte o la poesia, è rappresentazione e ricostruzione delle vicende umane non come effettivamente si sono svolte, poiché questo è compito della storia, ma secondo criteri di verosimiglianza e necessità. La rappresentazione tragica, in particolare, costituisce un momento in cui ogni spettatore libera le proprie passioni, scarica la propria tensione emotiva e giunge alla cosiddetta "catarsi", una sorta di "purificazione" che permette all'uomo di sfogare i suoi istinti più irrazionali (matricidio, incesto, suicidio, cannibalismo, infanticidio...) vedendoli rappresentati sulla scena.
L'effetto della tragedia era quindi immenso: attori e spettatori erano uniti emotivamente nella dimensione teatrale e questo era possibile anche e soprattutto per la presenza del coro, che sanciva idealmente il confine di questa realtà parallela. In un saggio intitolato “
Sull'uso del coro nella tragedia”, F. Schiller si interroga sulla funzione che il coro assumeva nella tragedia attica e sostiene che esso fosse una sorta di muro di cinta che divideva la dimensione teatrale dalla realtà circostante: una sorta di barriera tra il mondo reale e il mondo ideale creato dalla poesia. Nella sua opera “
La nascita della tragedia”, F. Nietzsche afferma che ogni greco si sentì come annullato davanti al coro della tragedia. L'effetto di questa rappresentazione sarebbe stato devastante: lo stato, la società e il divario tra uomo e uomo scomparivano sotto la prepotenza di un sentimento di unità che riconduceva ogni cosa nel seno della natura.