I tragediografi
I grandi tragediografi greci del V secolo a.C. furono, in ordine cronologico, Eschilo, Sofocle ed Euripide.
La loro interpretazione della tragedia è differente: le opere di Eschilo sono incentrate sul ruolo della giustizia divina e sull'indagine della colpa umana, Sofocle mette in scena invece uomini incolpevoli sottomessi per loro natura ad un destino cieco, Euripide si sofferma maggiormente sull'individualità dell'uomo e ne individua i contrasti tra ragione e passione, relegando alle divinità un ruolo di secondo piano.


da sinistra: Eschilo, Sofocle, Euripide
Io ho deciso di trattare solo i primi due, da una parte perché Euripide, grande sperimentatore, ha operato una sorta di rivoluzione del genere tragico ed è quindi, in un certo senso, meno indicativo di esso; dall'altra perché dal confronto tra l'Edipo di Eschilo e l'Edipo re di Sofocle è possibile trarre interessanti conclusioni riguardo alla diversa interpretazione della tragedia dei due poeti tragici.
Eschilo e Sofocle
Eschilo e Sofocle furono probabilmente i più amati tragediografi nell'antica Grecia. Non furono contemporanei e le loro tragedie sono necessariamente segnate dalle differenze culturali e religiose che esistevano tra i due.

La tragedia di Eschilo è fortemente imperniata sul contrasto tra uomini e dei, in particolare sulla responsabilità dei primi nei confronti delle loro azioni e sulla loro sottomissione alla legge divina, una giustizia suprema che ne punisce le colpe e i comportamenti sbagliati (esemplare in questo senso il personaggio di Prometeo, a cui Eschilo dedica una trilogia).
Il mondo tragico di Eschilo è spietatamente giusto e non lascia scampo a chi si è macchiato di una colpa o a chi eredita una colpa commessa dai propri antenati. Attraverso il dolore, che ogni uomo è destinato a soffrire, egli matura la propria conoscenza (

). L'uomo si rende conto, scontando la sua pena, dell'esistenza di un ordine perfetto e immutabile che regge il suo mondo: la giustizia divina.
“ Zeus, quale mai sia il tuo nome, se con questo ti piace esser chiamato, con questo ti invoco. Né certo ad altri posso pensare, nessun altro all'infuori di te riconoscere, se veramente questo peso vano dall'anima voglio scacciare. Tale fu grande un giorno e fiorente di ogni audacia guerriera, e di costui nemmen più si dirà che esistette; poi venne un secondo, e anche questi scomparve trovato un terzo più forte. Chi con cuore devoto canta epinici a Zeus, questo soltanto avrà colto suprema saggezza. La via della saggezza Zeus apre ai mortali, facendo valere la legge che sapere è patire. Geme anche nel sonno, dinanzi al memore cuore, rimorso di colpe, e così agli uomini anche loro malgrado giunge saggezza; e questo è beneficio dei numi che saldamente seggono al sacro timone del mondo. ”
Eschilo, Agamennone, vv. 168/183

Il contrasto tra uomini e dei appare anche in Sofocle come il conflitto principale che alimenta le sue tragedie, tuttavia è opportuno considerarne la differenza. Il distacco tra questi due mondi, contrariamente a Eschilo, porta Sofocle a soffermarsi principalmente sul dolore umano, provocato dall'incomprensibilità del volere divino che si abbatte sulla sua esistenza.
Sofocle accentua l'umanità dei personaggi e li pone tutti sullo stesso livello: poveri o ricchi, tutti sono comunque accomunati da qualche difetto fisico o psichico e da un destino ignoto a cui sottostare. L'uomo soffre senza essere colpevole delle sue azioni e delle sue sciagure. Gli eroi tragici di Sofocle sono vittime di conflitti insanabili e di contraddizioni inevitabili, propri della condizione umana, senza saper dare ad essi una spiegazione. La tragicità in Sofocle risiede proprio nell'ambiguità che ogni personaggio trova nel mondo e in se stesso: la tragedia sofoclea è un enigma senza soluzione.
E' dunque evidente la diversa concezione delle azioni umane. Eschilo crede fortemente nel libero arbitrio: la giustizia divina giudica le azioni che ogni uomo compie consapevolmente, punisce i colpevoli e premia i valorosi. Sofocle ha una visione più pessimistica del rapporto tra volontà e necessità: le azioni dell'uomo sono guidate da una serie di forze sconosciute e i personaggi sofoclei sono come dei burattini in balia del destino che li manovra. L'armoniosa coincidenza del destino individuale con la volontà degli dei, tipica di Eschilo, si trasforma in rapporto enigmatico: se in Eschilo ognuno soffre per una precisa colpa, in Sofocle la colpa non è connaturata all'azione dell'uomo, ma a qualcosa che lo trascende. Di conseguenza, mentre Eschilo esalta spesso lo spirito costruttivo della città, in Sofocle l’individuo è perlopiù solo, alla ricerca di se stesso. L'uomo cerca in tutti i modi di capire, e il risultato della sua ricerca è l'angoscia, il desolato sentimento del nulla e della morte.

Sia Eschilo che Sofocle dedicarono alcune delle loro tragedie alla figura di Edipo. Esemplare è proprio il confronto di un particolare episodio presente in entrambe le tragedie: il responso dell'oracolo che Laio consulta prima di generare Edipo. Dal testo dei "Sette a Tebe" si deduce che nell’Edipo di Eschilo, tragedia perduta, l’eroe nasceva da una colpa di Laio: l’oracolo aveva avvertito il re di Tebe di non mettere al mondo figli perchè sarebbero stati la rovina sua e dell’intera Tebe. Nonostante questo, Laio, in una notte di passione, generò Edipo e la sua colpa si trasmise al figlio e ai suoi successori. Il responso dell’oracolo in Sofocle è completamente diverso: l’oracolo avverte Laio che suo figlio lo ucciderà e sposerà sua madre. Laio e Giocasta, dunque, decidono di uccidere il figlio; per loro non esiste alcuna libertà di scelta. La colpa è imposta come colpa oggettiva.
Ne consegue un senso del tragico differente: se Eschilo si sofferma sulla scelta che i suoi personaggi compiono in una situazione cruciale (esemplare il dissidio interiore di Oreste, incerto se compiere o meno l'omicidio della madre), sottolineandone la tragicità, Sofocle rappresenta questa scelta come una conseguenza necessaria e si concentra non tanto sulle singole azioni dei personaggi, quanto sulle loro reazioni ad esse. I personaggi di Sofocle non hanno una possibilità di scelta per le loro azioni: il loro dilemma non è più quale strada scegliere, ma come comportarsi di fronte all'evidenza di un percorso già segnato.