L'Edipo di Seneca

Proviamo a fare un confronto tra l'Edipo di Seneca e il suo modello, ovvero l'Edipo re di Sofocle.
Innanzitutto Seneca mantiene, con poche modifiche, la struttura ad intreccio presente anche in Sofocle, che conduce Edipo a conoscere la verità dopo una lunga inchiesta. La storia narrata è la stessa, però Seneca ne modifica qualche episodio, soffermandosi più su alcune situazioni e meno su altre, e ne aggiunge di nuovi.
La tragedia si apre con un ampio monologo nel quale Edipo descrive la pestilenza con voce angosciata e si lamenta della sua condizione di regnante. Segue, dopo uno scambio di battute tra Edipo e Giocasta, la lugubre e tremenda descrizione della pestilenza ad opera del coro. Interviene poi Creonte, che riferisce il responso dell'oracolo di Delfi. Edipo chiama allora Tiresia ad interpretare le viscere di due bovini sacrificati in modo da trovare il colpevole. Il vaticinio mostra sinistri presagi che alludono al crimine commesso e alle disgrazie future, ma non riesce a suggerire a Tiresia la risposta per il re: si delibera allora di evocare l'ombra di Laio, che verrà interrogata da Creonte. Dopo un invocazione del coro a Dioniso, Creonte comunica al re il responso, che lo indica inequivocabilmente come parricida e marito incestuoso.
Il tiranno protesta la sua innocenza e ipotizza una congiura del cognato per impossessarsi del trono. Interviene di nuovo il coro a rammentare le colpe dei Labdacidi, ma le speranze di salvezza di Edipo sono subito troncate dall'arrivo di un messaggero corinzio che, insieme ad un pastore, gli svelerà il suo passato. Mentre il coro elogia il giusto mezzo, Edipo, come riferisce un messaggero, si acceca disperato e sceglie l'esilio. Il dramma si conclude con un coro sull'ineluttabilità del destino e con l'ultimo dialogo tra Edipo e Giocasta, al termine del quale assistiamo al suicidio della regina di Tebe.
L'Edipo di Seneca è profondamente diverso da quello di Sofocle. In Sofocle il tema della regalità è solo un punto di partenza per la riflessione sulla condizione umana, svolta attraverso l'inchiesta di Edipo; in Seneca fulcro di tutta la vicenda è la figura del tiranno e il suo tormento. Confrontando le due tragedie appare centrale il tema della paura. L'Edipo di Seneca è turbato fin dall'inizio, è angosciato dalla pestilenza e sembra non avere nessuna speranza nel futuro. Sofocle, all'inizio della tragedia, ce lo mostra invece dall'alto del suo trono, invocato dal popolo e magnanimo con esso: promette di risolvere il nuovo enigma ed è fiducioso nelle sue capacità. Anche nel progressivo riconoscimento del colpevole con se stesso l'Edipo di Sofocle appare più ottimista: fino alla fine coltiva la speranza, seppure sempre più remota, di un lieto fine.
In Seneca non c'è spazio per nessuna speranza, il mondo appare inevitabilmente degenerato e lo stesso Edipo sembra già presumere la sorte che gli è stata assegnata. La tragedia di Seneca sembra essere la celebrazione di un disordine totale, che dall'inizio alla fine della narrazione coinvolge in particolar modo Edipo. Se in Sofocle la drammaticità si concentra nel riconoscimento finale, in Seneca pervade l'intera opera. Tutto il mondo sembra sottosopra, e così anche le voci dei morti riecheggiano dall'oltretomba per unirsi a questo dramma globale.
Lo spettro di Laio è una delle innovazioni più evidenti che Seneca apporta alla tragedia: la sua apparizione, anticipata da una lugubre e agghiacciante descrizione del mondo degli inferi, è raccontata da Creonte ma non per questo risulta meno incisiva: Laio pronuncia una terribile invettiva contro Edipo e la sua stirpe impura e maledetta. Non è l'unico episodio in cui appare il gusto del macabro tipico del teatro di Seneca: basti pensare alla descrizione della peste cantata dal coro all'inizio e al minuzioso resoconto del vaticinio sulle viscere dei bovini ad opera di Tiresia.
L'introduzione di queste lunghe digressioni, caratterizzate da toni alti ed espressionistici, spezza il ritmo perfetto della tragedia sofoclea, esaltando il pathos di alcuni momenti a discapito della visione d'insieme dalla vicenda. Le caratteristiche stilistiche sono le stesse del Seneca filosofo. La sobrietà della sintassi, concentrata all'eccesso, enfatizza la parola con l'incessante ricorso a figure di suono e di senso, ad interrogative retoriche, ad esclamative e ad ogni altro espediente declamatorio. Seneca si appella spesso a
sententiae isolate, che intervengono a salvare la parte più debole della tragedia: il dialogo. Più brillante appare l'uso dei monologhi, che appaiono come ampie effusioni sentimentali, lunghe confessioni, interminabili dialoghi interiori caratterizzati spesso da una intensa liricità.