
Il passaggio dalla vita alla morte testimoniato dagli scatti di una macchina fotografica. Un’idea unica, quella del fotografo tedesco Walter Schels (72 anni). Un’idea che sta riscuotendo un enorme successo con la mostra “Life before death” in corso (fino al 18 maggio) a Londra alla Wellcome Collection di Euston Road.
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“Un requiem per il romanzo giallo”: un sottotitolo perfetto per questo romanzo, probabilmente l’opera migliore dello scrittore (ma anche drammaturgo e pittore) svizzero Friedrich Dürrenmatt. Sottotitolo perfetto perché La promessa è sì un romanzo giallo, ma è anche (e soprattutto) la definitiva negazione e il capovolgimento dei capisaldi su cui si basa questo genere: un giallo, quindi, che mostra tutti i limiti e le assurdità di un modello investigativo così distante dalla realtà della nostra esperienza.
La promessa è una storia drammaticamente realistica e crudele, la storia di un poliziotto e della sua ossessione: scoprire l’identità dell’assassino di tre bambine accomunate da una straordinaria somiglianza. Un caso complesso che sembrerebbe risolversi quando uno dei sospettati, durante un lungo interrogatorio, confessa di essere il colpevole. Un caso che però sembra ben più intricato agli occhi del freddo e impassibile commissario Matthäi, il migliore nel suo ruolo.
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L’urgente necessità di soldi e il miraggio di una possibile svolta nella propria vita portano due fratelli, Andy e Hank, a organizzare una rapina nella gioielleria dei loro genitori. Questo crimine “contro natura” sarà l’inizio di una serie di eventi che faranno definitivamente precipitare la loro vita, esteriore e interiore, e condurranno inesorabilmente l’intera famiglia ad un tragico epilogo.
L’ultimo film di Sidney Lumet, “Onora il padre e la madre“, arriva nelle sale italiane e si distingue come uno dei più riusciti di questa stagione cinematografica.
Il titolo originale, “Before the devil knows you’re dead“, è tratto da un vecchio proverbio irlandese che recita: “Possa tu stare mezz’ora in paradiso, prima che il diavolo sappia che tu sia morto”. La frase, purtroppo sostituita nella versione italiana, riassume alla perfezione la cinica visione dell’umanità che traspare dalla pellicola: un’umanità spietata e macchiata da colpe e peccati inconfessabili.
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Una mostra interamente dedicata a Francis Bacon: così Milano festeggia (in anticipo rispetto a Londra, Madrid e New York) il centenario della nascita dell’artista, considerato unanimemente l’ultimo grande maestro del novecento. Dal 5 marzo al 29 giugno, a Palazzo Reale, sarà di scena l’arte di un genio tormentato che ha saputo tradurre in pittura il malessere dell’uomo moderno.
In un mondo devastato dalla guerra e dalle mille contraddizioni cresceva il giovane Bacon. Di costituzione debole e affetto da asma e parecchie allergie, Francis col tempo cominciò a manifestare anche i primi disturbi psichici (tra cui uno spiccato e ossessivo interesse per deformità e mutilazioni) e, soprattutto, omosessualità e masochismo. Venne cacciato di casa a 17 anni, quando fu scoperto dal padre ad indossare la biancheria intima della madre. Nato in Irlanda, si trovò a girare l’Europa da solo, guadagnandosi da vivere con i lavori più umili e degradanti. Da Londra a Berlino, fino a Parigi: Francis strinse le prime vere amicizie e coltivò diversi interessi tra cui l’arte, il design e il cinema.
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