Esce a fine settembre ottobre, nelle sale italiane, Control di Anton Corbijn. Il film è incentrato sulla fragile e tormentata figura di Ian Curtis, leader dei Joy Division che si tolse la vita a 23 anni dopo aver consegnato alla storia due album (e altre canzoni) memorabili.
La storia è tratta dalla biografia scritta da sua moglie (Deborah Curtis), “Touching from a distance” (in italiano “Così vicino, così lontano“).
Il bianco e nero della pellicola sembra ridare vita alla Macclesfield (vicino a Manchester) grigia, tutta fabbriche e ciminiere, di quegli anni: nel 1973 Ian è un ragazzo di 16 anni che nel tempo libero, lungi dallo studiare, si barrica in camera ad ascoltare la sua musica preferita (David Bowie, Lou Reed, Velvet Underground), a leggere (Ballard, Burroughs) e a fumare. Conosce Debbie, che diventerà sua moglie. Canta in una band, i Warsaw, che diventeranno i Joy Division.
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Manchester, primi anni ‘80: si sviluppa la scena post-punk. Joy Division, Echo and the Bunnymen, Cure, The Fall: solo alcune delle tante band che in quegli anni hanno raccolto l’eredità del punk, la sua rabbia e la sua potenza, e ne hanno segnato un’importante evoluzione all’insegna della sperimentazione.
Suoni più cupi e opprimenti ottenuti grazie al massiccio uso di sintetizzatori e effetti sonori, liriche in gran parte meditative e un costante uso di ripetizioni, di melodie o di parole, spesso sotto forma di echi lontani, a dare un forte senso di alienazione. “Il punk diceva solo ‘vaffanculo’, qualcuno doveva usarlo per raccontare che siamo perduti, e questo fecero i Joy Division”, spiega Tony Wilson, fondatore della Factory Records e figura centrale di quella scena musicale.
I Chameleons sono una di quelle band. Bravi, molto bravi, ma sconosciuti; probabilmente per il fatto di aver pubblicato il loro primo album solamente nel 1983. Script of the bridge, un capolavoro acclamato dalla critica che non ha ricevuto la giusta attenzione da parte del pubblico. Ora che è appena uscita l’edizione speciale per il 25° anniversario dell’album è il momento perfetto per riscoprire la loro musica. Se in molti lo considerano l’Ok Computer degli anni ottanta (con le dovute distanze) e NME, nel 1999, ha definito i Chameleons “probabilmente la miglior band di sempre” ci sarà un motivo, no?
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Vacanze estive: un’allegra famiglia americana (mamma, papà, figlio piccolo) si sta dirigendo nella villa al mare per godersi qualche giorno in tranquillità. Nulla di più distante da quanto accadrà loro nel giro di poche ore: due ragazzi sbucati dal nulla li renderanno ostaggi e si divertiranno a torturarli dopo aver fatto una scommessa con loro. Oggetto: la loro vita.
Michael Haneke rifà, dopo dieci anni, un film che all’epoca (1997) non aveva conseguito il successo sperato dal regista. Così ecco la nuova versione, uguale in tutto e per tutto all’originale (cambiano gli attori, ma le scene sono identiche).
Ottima prova per gli attori: Naomi Watts (straordinaria la sua interpretazione) è la madre. Tim Roth il padre, mentre i due terribili ragazzi sono Michael Pitt (Paul) e Brady Corbet (Peter).
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Comincia su una strada percorsa da una limousine nera, di notte. Mulholland Drive. Finisce con una parola: silenzio. In mezzo, la storia di due ragazze, una bionda e l’altra mora, in una cornice da sogno: Hollywood. Parlare di quello che da molti è considerato il film capolavoro di David Lynch, regista che non ha certo bisogno di presentazioni, è difficile.
Difficile perché la sua bellezza e particolarità è, per così dire, impalpabile: la trama è sfuggente, il significato enigmatico, i personaggi e le situazioni quasi surreali. Difficile perché l’intera vicenda è sospesa tra due dimensioni, sogno e realtà, ed è proprio nel loro armonioso e drammatico mescolarsi che ci si deve muovere per capire la genialità di Lynch, riconosciuta con il premio per la miglior regia a Cannes nel 2001.
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Ne ho lette, qua e là, di storia di vita. Poche mi hanno colpito, però, come quella che ho trovato stamattina in giro per il web: la storia di un bambino eccezionale.
Si chiamava Seth Cook, viveva in un piccolo paesino vicino a Seattle, nel nord/ovest degli Stati Uniti. Era nato condannato a morire giovane, colpito da una terribile, rarissima e incurabile malattia (la Progeria, di cui soffre una persona su circa 8 milioni). Il suo corpo era estremamente piccolo e minuto, la sua pelle la stessa di una persona di 70 anni e l’organismo debole quanto quello di una persona anziana. Seth era condannato ad invecchiare giovane, bambino in un corpo da anziano: condannato a non crescere mai.
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Matteo, 1988, Milano
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