Categoria: Spettacoli
Un’anziana voce ci accompagna, attraverso i ricordi, in un villaggio protestante nelle campagne del nord/est della Germania. Corre il 1913, e la scoppio della prima guerra mondiale è alle porte. Le immagini sono nitide, confezionate in un sontuoso bianco e nero: antiche diapositive scolpite nella mente, a rievocare strani avvenimenti che nascondono in sé una verità ben più grande del segreto di un villaggio.
L’ambizione di Michael Haneke è enorme: indagare la genesi della degenerazione di un intero popolo ricercando i germi del nazismo nel microcosmo di un paesino come tanti, tra le pieghe della vita dei suoi abitanti.
Tutto inizia con un incidente - annuncia la voce narrante dell’uomo che, allora, era il giovane maestro del villaggio. A turbare per la prima volta la tranquillità della gente è una corda, quasi invisibile all’occhio, su cui inciampa il dottore a cavallo. E’ il primo soltanto di una serie di avvenimenti sinistri che hanno il sapore amaro dell’intimidazione o della vendetta e, cosa che ne amplifica l’eco, sembrano architettati da una mano decisa e risoluta nascosta nella più fitta ombra.
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Due corpi si stringono in un amplesso animalesco, le loro braccia sfiorano la pelle sudata tra le lenzuola. Un uomo e una donna. La stanza è buia, come la notte fuori.
Di là c’è un bambino che esce dal suo box e sale sul davanzale della finestra. Respira la libertà. Cade la neve fuori e, d’un tratto, cade anche lui. Muore. Col suo peluche vicino. Soffice, sulla neve.
Nella casa, i simboli di una storia vecchia come il mondo preannunciano la tragedia della coppia. Sono tre statuette dai nomi inquietanti: dolore, ansia, disperazione; e la storia che narrano è proprio quella di lui e di lei, la storia dell’uomo.
Il nuovo film di Lars Von Trier, l’attesissimo e assai discusso “Antichrist“, si apre con un prologo di un’intensità rara, accompagnato dalle note e dai versi di un’aria di Handel: “Lascia ch’io pianga / mia cruda sorte / e che sospiri la libertà“. Le immagini rallentate, in bianco e nero, corrono lente sullo schermo e impietriscono.
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Esce a fine settembre ottobre, nelle sale italiane, Control di Anton Corbijn. Il film è incentrato sulla fragile e tormentata figura di Ian Curtis, leader dei Joy Division che si tolse la vita a 23 anni dopo aver consegnato alla storia due album (e altre canzoni) memorabili.
La storia è tratta dalla biografia scritta da sua moglie (Deborah Curtis), “Touching from a distance” (in italiano “Così vicino, così lontano“).
Il bianco e nero della pellicola sembra ridare vita alla Macclesfield (vicino a Manchester) grigia, tutta fabbriche e ciminiere, di quegli anni: nel 1973 Ian è un ragazzo di 16 anni che nel tempo libero, lungi dallo studiare, si barrica in camera ad ascoltare la sua musica preferita (David Bowie, Lou Reed, Velvet Underground), a leggere (Ballard, Burroughs) e a fumare. Conosce Debbie, che diventerà sua moglie. Canta in una band, i Warsaw, che diventeranno i Joy Division.
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Vacanze estive: un’allegra famiglia americana (mamma, papà, figlio piccolo) si sta dirigendo nella villa al mare per godersi qualche giorno in tranquillità. Nulla di più distante da quanto accadrà loro nel giro di poche ore: due ragazzi sbucati dal nulla li renderanno ostaggi e si divertiranno a torturarli dopo aver fatto una scommessa con loro. Oggetto: la loro vita.
Michael Haneke rifà, dopo dieci anni, un film che all’epoca (1997) non aveva conseguito il successo sperato dal regista. Così ecco la nuova versione, uguale in tutto e per tutto all’originale (cambiano gli attori, ma le scene sono identiche).
Ottima prova per gli attori: Naomi Watts (straordinaria la sua interpretazione) è la madre. Tim Roth il padre, mentre i due terribili ragazzi sono Michael Pitt (Paul) e Brady Corbet (Peter).
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Comincia su una strada percorsa da una limousine nera, di notte. Mulholland Drive. Finisce con una parola: silenzio. In mezzo, la storia di due ragazze, una bionda e l’altra mora, in una cornice da sogno: Hollywood. Parlare di quello che da molti è considerato il film capolavoro di David Lynch, regista che non ha certo bisogno di presentazioni, è difficile.
Difficile perché la sua bellezza e particolarità è, per così dire, impalpabile: la trama è sfuggente, il significato enigmatico, i personaggi e le situazioni quasi surreali. Difficile perché l’intera vicenda è sospesa tra due dimensioni, sogno e realtà, ed è proprio nel loro armonioso e drammatico mescolarsi che ci si deve muovere per capire la genialità di Lynch, riconosciuta con il premio per la miglior regia a Cannes nel 2001.
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Matteo, 1988, Milano
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