Categoria: Cultura
Si apre con un pupazzo di Bugs Bunny sventolato davanti alla sua faccia da quella che dice di essere la sua vera madre. Sarah, diciottenne che lo aveva partorito quattro anni prima ed ora è venuta a riprenderlo dai genitori adottivi. Si chiude nel buio di una stanzetta, con un ricordo che riemerge dall’ombra dei suoi pensieri.
Nel 1999 viene presentato come l’autobiografia di Jeremiah Terminator LeRoy, all’epoca diciannovenne. Il libro diventa in breve tempo un bestseller acclamato dalla critica che non tarda a consacrare LeRoy come uno degli scrittori più talentuosi della sua generazione.
Soltanto nel 2006 si scopre che LeRoy non esiste, che i fatti narrati non sono realmente accaduti e che dietro a tutto questo si cela in realtà una scrittrice chiamata Laura Albert.
Ingannevole è il cuore più di ogni cosa (The heart is deceitful above all things) racconta la storia del piccolo Jeremiah: la sua crescita in un mondo di droga, prostituzione, degenerazioni di vario tipo e smarrimento continuo, infinito.
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Manchester, primi anni ‘80: si sviluppa la scena post-punk. Joy Division, Echo and the Bunnymen, Cure, The Fall: solo alcune delle tante band che in quegli anni hanno raccolto l’eredità del punk, la sua rabbia e la sua potenza, e ne hanno segnato un’importante evoluzione all’insegna della sperimentazione.
Suoni più cupi e opprimenti ottenuti grazie al massiccio uso di sintetizzatori e effetti sonori, liriche in gran parte meditative e un costante uso di ripetizioni, di melodie o di parole, spesso sotto forma di echi lontani, a dare un forte senso di alienazione. “Il punk diceva solo ‘vaffanculo’, qualcuno doveva usarlo per raccontare che siamo perduti, e questo fecero i Joy Division”, spiega Tony Wilson, fondatore della Factory Records e figura centrale di quella scena musicale.
I Chameleons sono una di quelle band. Bravi, molto bravi, ma sconosciuti; probabilmente per il fatto di aver pubblicato il loro primo album solamente nel 1983. Script of the bridge, un capolavoro acclamato dalla critica che non ha ricevuto la giusta attenzione da parte del pubblico. Ora che è appena uscita l’edizione speciale per il 25° anniversario dell’album è il momento perfetto per riscoprire la loro musica. Se in molti lo considerano l’Ok Computer degli anni ottanta (con le dovute distanze) e NME, nel 1999, ha definito i Chameleons “probabilmente la miglior band di sempre” ci sarà un motivo, no?
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“When you were young you were the king of carrot flowers“. Inizia con queste parole uno degli album migliori degli anni novanta, una rara perla di indiscussa bellezza e di innegabile fascino enigmatico: “In the aeroplane over the sea” dei Neutral Milk Hotel, band americana praticamente sconosciuta ai più che, dopo aver sfornato questo capolavoro nel 1998, ha fatto perdere le sue tracce.
La prima canzone, The King Of Carrot Flowers Part 1, si presenta come il primo delirio di immaginazione, una sorta di introduzione al mondo fiabesco e allucinato a cui Jeff Mangum, cantante e anima del gruppo (soprannominato il Salinger dell’indie rock), ha dato vita nei versi e nella melodia delle undici canzoni di questo incredibile album che spazia tra folk, rock, pop e lo-fi.
Figura particolare per la sua ritrosia ad apparire, songwriter di eccezionale creatività e sensibilità, unico nel panorama musicale degli ultimi dieci anni tanto che molti appassionati si sentono orfani della sua musica: questo è Jeff.
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“Un requiem per il romanzo giallo”: un sottotitolo perfetto per questo romanzo, probabilmente l’opera migliore dello scrittore (ma anche drammaturgo e pittore) svizzero Friedrich Dürrenmatt. Sottotitolo perfetto perché La promessa è sì un romanzo giallo, ma è anche (e soprattutto) la definitiva negazione e il capovolgimento dei capisaldi su cui si basa questo genere: un giallo, quindi, che mostra tutti i limiti e le assurdità di un modello investigativo così distante dalla realtà della nostra esperienza.
La promessa è una storia drammaticamente realistica e crudele, la storia di un poliziotto e della sua ossessione: scoprire l’identità dell’assassino di tre bambine accomunate da una straordinaria somiglianza. Un caso complesso che sembrerebbe risolversi quando uno dei sospettati, durante un lungo interrogatorio, confessa di essere il colpevole. Un caso che però sembra ben più intricato agli occhi del freddo e impassibile commissario Matthäi, il migliore nel suo ruolo.
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Una mostra interamente dedicata a Francis Bacon: così Milano festeggia (in anticipo rispetto a Londra, Madrid e New York) il centenario della nascita dell’artista, considerato unanimemente l’ultimo grande maestro del novecento. Dal 5 marzo al 29 giugno, a Palazzo Reale, sarà di scena l’arte di un genio tormentato che ha saputo tradurre in pittura il malessere dell’uomo moderno.
In un mondo devastato dalla guerra e dalle mille contraddizioni cresceva il giovane Bacon. Di costituzione debole e affetto da asma e parecchie allergie, Francis col tempo cominciò a manifestare anche i primi disturbi psichici (tra cui uno spiccato e ossessivo interesse per deformità e mutilazioni) e, soprattutto, omosessualità e masochismo. Venne cacciato di casa a 17 anni, quando fu scoperto dal padre ad indossare la biancheria intima della madre. Nato in Irlanda, si trovò a girare l’Europa da solo, guadagnandosi da vivere con i lavori più umili e degradanti. Da Londra a Berlino, fino a Parigi: Francis strinse le prime vere amicizie e coltivò diversi interessi tra cui l’arte, il design e il cinema.
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Matteo, 1988, Milano
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