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The Chameleons, Script of the BridgeManchester, primi anni ‘80: si sviluppa la scena post-punk. Joy Division, Echo and the Bunnymen, Cure, The Fall: solo alcune delle tante band che in quegli anni hanno raccolto l’eredità del punk, la sua rabbia e la sua potenza, e ne hanno segnato un’importante evoluzione all’insegna della sperimentazione.

Suoni più cupi e opprimenti ottenuti grazie al massiccio uso di sintetizzatori e effetti sonori, liriche in gran parte meditative e un costante uso di ripetizioni, di melodie o di parole, spesso sotto forma di echi lontani, a dare un forte senso di alienazione. “Il punk diceva solo ‘vaffanculo’, qualcuno doveva usarlo per raccontare che siamo perduti, e questo fecero i Joy Division”, spiega Tony Wilson, fondatore della Factory Records e figura centrale di quella scena musicale.

I Chameleons sono una di quelle band. Bravi, molto bravi, ma sconosciuti; probabilmente per il fatto di aver pubblicato il loro primo album solamente nel 1983. Script of the bridge, un capolavoro acclamato dalla critica che non ha ricevuto la giusta attenzione da parte del pubblico. Ora che è appena uscita l’edizione speciale per il 25° anniversario dell’album è il momento perfetto per riscoprire la loro musica. Se in molti lo considerano l’Ok Computer degli anni ottanta (con le dovute distanze) e NME, nel 1999, ha definito i Chameleons “probabilmente la miglior band di sempre” ci sarà un motivo, no?

La musica dei Chameleons si allontana un poco da quella delle band già citate: meno cupa e goticheggiante dei Joy Division o degli Echo and the Bunnymen, meno grezza di band come The Fall o Cure. Il loro è un post-punk a tinte più oniriche, caratterizzato soprattutto dagli intrecci di chitarre e tastiere e dalla perfezione cristallina del suono. Melodie che rapiscono per la bellezza, impreziosite dalla penetrante voce di Mark Burgess e dalle sue liriche acute, commoventi, memorabili. Non per nulla hanno anticipato alcune tendenze musicali (shoegaze, dream-pop) e influenzato fortemente innumerevoli band (vedi Interpol).

The Chameleons UK

Script of the bridge è, come detto, il loro album d’esordio.

“In his autumn before the winter comes man’s last mad surge of youth.” “What on earth are you talking about?”

Due frasi enigmatiche tratte da un film sconosciuto (la band amava registrare i suoni più disparati e sperimentare nuove soluzioni sonore) introducono la prima traccia, quella che risente di più dell’influenza del punk britannico: Don’t fall.

E’ una frenetica cavalcata nelle terre desolate della piccola Inghilterra dei Chameleons, terra disumanizzata dove nulla sembra più familiare e i fantasmi del passato si affacciano minacciosi alla porta. L’urgenza di uscire da un incubo senza nome, la necessità dell’aiuto di un amico per non cadere da soli in quell’immenso vortice nero.

Alone in a room I’ve been in once before
Shapes in the hall
I’m running for the door
I’m out on the edge
But I’m not defeated yet
I hear my name above everything else
Mark! Mark!
Above everything else
Don’t fall!

It’s a freak out
Nothing’s familiar
Nothing seems to fit into the scheme of things
Seeing faces where there shouldn’t be faces
No-one’s ever certain what tomorrow brings
So don’t fall my friend
All nightmares have an end.

La musica si calma, cresce lentamente una melodia e inizia a farsi avvolgente, inesorabile. In Here today viene raccontata, per immagini, la morte di John Lennon (Mark è un grande fan dei Beatles). La vita che si dissolve in un turbinio di suoni, l’urlo disperato di un uomo, di un marito, l’ultimo grande interrogativo: perché?

Don’t know what happened
But I don’t think I got home tonight
I wonder why
I wonder why

Ahhh, there’s madness here today
Ahhh, I think I’ll go away

Where is my wife?
Where is my wife?
I’m draining away
I’m draining away
Here today

Un suono che sembra provenire dal passato apre la terza traccia, Monkeyland: si tratta della melodia di un giocattolo che andava di moda negli anni ‘70, trovato per caso dalla band in sala di registrazione. E’ un suono ipnotico, quasi alieno, quello di Monkeyland, ad indicare un senso di spaesamento in un mondo che non si sente proprio. L’impossibilità di fidarsi dell’altro (”I shake my head and shiver, they smile and then stab my back as they shake my hand“, un riferimento agli sciacalli dell’industria discografica) e, soprattutto, la morte dell’infanzia e di tutte le sue illusioni. Una grande canzone che, nel respiro cosmico di una notte stellata, esplora la malinconia esistenziale di chi si sente solo e incompreso (”Is there anyone there who understands me?“) in un mondo monotono (la cosiddetta “triviality of everydayness” descritta da Colin Wilson) alla ricerca di risposte che non troverà mai.

I’m idly staring at the sky
Did anybody hear me sigh
A million stars are a moving sight
To all you out there
Reading this tonight
It’s just a trick of the light

I have to know what is real
And what is illusion
Tell me how does it feel
Beyond this confusion
Is there anyone there

La voce di Mark, con un pizzico di amara ironia, conclude: la vita è tutta qui, un’eterna illusione, un gioco di luci fine a se stesso: niente esiste davvero.

Si prosegue con un altro capolavoro: Second skin, tra le canzoni più conosciute del gruppo. Le chitarre avvolgenti e una batteria dal ritmo fortemente cadenzato introducono una serie di immagini giocate sui sensi della vista e dell’udito: il racconto di un’esperienza post mortem.

One cold damp evening
The world stood still
I watched as I held my breath
A silhouette I thought I knew
Came through
And someone spoke to me
Whispered in my ear
This fantasy’s for you
Fantasies are “in” this year

Una visione celestiale e una melodia ipnotica ci accompagnano in questo viaggio sul confine tra vita e morte. E’ un sogno? Ci si sente come in aria, a volteggiare. L’armonia dei sensi, l’anima che vola via dal corpo e conquista la sua libertà (”It feels like I’m everywhere“) e l’ultima riflessione: solo quando perdi qualcosa capisci davvero quanto sia preziosa.

It’s like you fail to make the connection
You know how vital it is
Or when something slips through your fingers
You know how precious it is
Well you reach the point where you know
It’s only your second skin

Someone’s banging on my door

Il ritmo torna a farsi frenetico in Up the down escalator, tra le canzoni più orecchiabili dell’album. Il titolo è esplicativo: la scala mobile rappresenta un mondo desolato e folle, alla deriva. Un mondo sottosopra che non offre prospettive di vita né aspirazioni, dove il futuro muore in un eterno presente senza via d’uscita. Dev’esserci qualcosa di sbagliato, urla Mark, dev’esserci qualcosa di sbagliato.

I’m gazing at faces
Staring blankly at me
I suppose it’s just the sign of the times
They tell me tomorrow will never arrive
But I’ve seen it end a million times

I lost my direction while dodging the flak
Oh give me a hint or something
Now they can erase us
At the flick of a switch
How long will they wait
No!
There must be something wrong boys

Eden, there’s no Eden anyway” conclude lapidario Mark, prima di riflettere amaramente sul mondo: o nuoti o affoghi, in questo oceano.

Less than human è una lenta marcia dove trovano espressione il senso di colpa e la frustrazione, la consapevolezza della fragilità e della piccolezza dell’uomo di fronte allo sguardo di Dio, il dolore per l’impossibilità di cambiare. Il ritmo cadenzato richiama l’incedere inesorabile del tempo.

Must have died a thousand times
Must have died a thousand times
Must have died a thousand times
Feeling less than human
I surmise

I’m less than human in God’s eyes

Segue Pleasure and pain, una delle tracce più enigmatiche dell’intero album. Si apre con una deliziosa e sensuale intro di chitarra, a condurci in un viaggio mentale tra le terre inesplorate del piacere, in un caleidoscopico intreccio di immagini e luci.

This madness
This laughter
Outward feelings I can’t control
Those coloured lights are leading me
It’s in you
It’s in me

Thurday’s child nasce da una riflessione sull’abbandono dell’infanzia e da una domanda: che uomo diventerò? Ritorna un forte senso di spaesamento e di isolamento, il rimpianto dell’innocenza perduta e la consapevolezza che la crescita va di pari passo con la corruzione. Il discorso è esteso alla razza umana, frenetica e avida di successo, per cui non esiste il prossimo. Il mondo è un posto freddo, dove gli spettri di antiche illusioni tormentano l’uomo che, disperatamente, tenta in tutti i modi di conservare una propria identità, mentre lentamente invecchia sempre più.

Where are we?
First and last
Bound together in our past
Much too cruel
Much too fast
And much too quick to anger

I suppose
Years ago
Years ago I might have known
I suppose
Years ago

Traps laid bare
In my face
Set to keep me in my place
Wave goodbye to the child
And life, it seems, is colder

Il tono in apparenza meno serio e malinconico di As high as you can go nasconde una riflessione per nulla banale sul mondo della musica e, in generale, dei media. Infinite file di ragazzi proiettati verso illusioni di gloria e di notorietà, accecati dalle luci abbaglianti del successo, sono il ritratto dei giovani degli anni ‘80. Una generazione che, senza accorgersene, ha perso la propria identità, non considerando che tutto ciò per cui viveva era effimero, senza valore.

Out of tune boys
Out of tune boys
Signposts to the sun
Single file boys
Single file boys
Signposts to the sun
As high as you can go
Lennons and Monroes
Claw their way to the stars
As high as you can go
Lennons and Monroes
Claw their way to the stars
If they only knew
No I don’t care who you are
Just sign the line and away you fly

A person isn’t safe anywhere these days è una condanna alla violenza, ad un mondo sempre più pericoloso pieno di gente senza scrupoli. Emozionante l’urlo di Mark (”Men of steel“), ad accusare la crudeltà di uomini che, incuranti del prossimo, lo guardano soffrire ridendo sotto la pioggia. Alla fine, una domanda pesante come un macigno: come può l’uomo essere diventato così insensibile?

What kind of times are these
As they drive you to your knees
They just stood laughing in the rain
The rain

How can you laugh this one away
Will you ever laugh this one away

Paper tigers è una canzone rabbiosa, scritta dopo un litigio avvenuto durante il soundcheck prima di un concerto con i Killing Joke. Esprime benissimo, in generale, la frustrazione dei Chameleons per un mondo, quello dell’industria discografica del loro tempo, che non li considerava affatto. La frustrazione di sentirsi sempre messi da parte (”I can’t shake this feeling“).

Too much makes me lazy
Not enough and it makes me crazy
Too much makes me crazy
Not enough and it makes me lazy

Time stops just for a moment
Then again it’s only an instant
Time stops just for an instant
Then again it’s only a moment

Chiude l’album la toccante View from a hill, che dà il titolo alla recente autobiografia di Mark. Una dolce melodia shoegaze, lenta e trascinata, sembra avvolgerci come nebbia su una collina ed è come magia, sogno. Un senso soprannaturale di tranquillità, nella solitudine, si impossessa di noi mentre i ricordi dell’infanzia si confondono con le luci, i colori e i profumi che ci circondano. Smarriti tra passato e presente, in contemplazione e in attesa di una svolta.

Feel myself falling to the ground
Solitary silence, there’s no sound
Open my eyes and look around
Colors and concepts that confound
All around

Pick myself up and take the air
The fragrance of children everywhere
Slowly absorbed into my square
Debating what is and isn’t there
Who cares

You wait until your time comes round again


Un commento a The Chameleons, Script of the bridge
  1. Stefano:

    L’unico motivo per cui non ho comprato questa edizione è il fatto che ho già questo disco in vinile e in formato cd. Lo stesso vale per i due successivi album di questa band davvero sottovalutata.
    Un altro cimelio è l’album Boomerang di Mark Burgess: l’ho comprato al termine di un suo concerto, tre anni fa, e in quell’occasione ho parlato con lui per qualche minuto, e ovviamente ne ho approfittato per una dedica sul disco.
    Grande persona, modesto e ancora entusiasta di suonare i suoi grandi pezzi.


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