blog   tumblr   email   art   links

Neutral Milk Hotel, In the aeroplane over the seaWhen you were young you were the king of carrot flowers“. Inizia con queste parole uno degli album migliori degli anni novanta, una rara perla di indiscussa bellezza e di innegabile fascino enigmatico: “In the aeroplane over the sea” dei Neutral Milk Hotel, band americana praticamente sconosciuta ai più che, dopo aver sfornato questo capolavoro nel 1998, ha fatto perdere le sue tracce.

La prima canzone, The King Of Carrot Flowers Part 1, si presenta come il primo delirio di immaginazione, una sorta di introduzione al mondo fiabesco e allucinato a cui Jeff Mangum, cantante e anima del gruppo (soprannominato il Salinger dell’indie rock), ha dato vita nei versi e nella melodia delle undici canzoni di questo incredibile album che spazia tra folk, rock, pop e lo-fi.

Figura particolare per la sua ritrosia ad apparire, songwriter di eccezionale creatività e sensibilità, unico nel panorama musicale degli ultimi dieci anni tanto che molti appassionati si sentono orfani della sua musica: questo è Jeff.

L’ispirazione per il mondo surreale dei Neutral Milk Hotel e per gli strampalati personaggi che lo popolano nasce dalla sua brillante e disturbata mente, più specificamente da visioni e incubi che Jeff metteva in versi, nel tentativo di esorcizzarli, per notti intere in cui stava sveglio fino all’alba. Nacque così il primo album dei Neutral Milk Hotel, On Avery Island. Un giorno, poi, Jeff comprò Il Diario di Anne Frank e ne rimase talmente colpito che pianse per giorni e continuò a pensare ad Anne e a sognarla.

I would go to bed every night and have dreams about having a time machine and somehow I’d have the ability to move through time and space freely, and save Anne Frank. Do you think that’s embarrassing?“, ha riferito Jeff (nella foto, il primo a sinistra) in una più unica che rara intervista nel 2002.

Neutral Milk Hotel

Jeff ha convissuto con visioni di questo tipo e terribili incubi accettando la loro irrazionalità e trasformandola in musica, in melodia del sogno e dell’inconscio: sono nate così, un paio di anni dopo il primo album, anche le canzoni di “In the aeroplane over the sea“. All’apparenza così insensate e sconclusionate, in realtà così sentite dal suo autore e, per chi ascolta, così coinvolgenti e commoventi per la loro ingenuità e la carica espressiva che solo la sensibilità di un grande cantante, semplicemente con la sua voce e qualche strimpellata di chitarra, riesce a trasmettere.

And your mom would stick a fork right into daddy’s shoulder
And dad would throw the garbage all across the floor
As we would lay and learn what each other’s bodies were for

Continua la prima traccia dell’album, che sembra sempre di più la presentazione di un mondo da “Alice in wonderland“, una fiaba a tinte oscure sognata (e quindi vissuta, nel mondo dell’arte) in prima persona dall’autore. Un mondo senza tempo, tra medioevo e futurismo, dove passato e presente si intrecciano nella mente di Jeff in schegge di emozioni frammentate. Nella prima traccia c’è un grottesco quadretto familiare e, in mezzo ad un mare di rifiuti, la scoperta dell’amore e della sessualità: non è una perfetta immagine dell’adolescenza, dell’addio all’infanzia?

Una sorta di rinascita, come suggerisce il ritmo incessante della seconda traccia, The King Of Carrot Flowers Parts 2 & 3, che si apre con una criptica dichiarazione d’amore a Gesù (”Jesus Christ I love you, yes I do“, canta a squarciagola Jeff) e prosegue con un cambio di ritmo improvviso, quasi a volerci trascinare in un vortice di non-senso dove ognuno è in cerca di se stesso, di nuovo. Quell’again fa pensare ad un improvviso smarrimento, una crisi di identità. La figura di Gesù, a simboleggiare la fede, potrebbe essere interpretata come un’àncora di salvataggio ma, è doveroso sottolinearlo, ogni interpretazione di questo album è solo ipotetica e, dopotutto, è anche nell’enigmaticità dei testi il suo fascino.

Up and over we go
Through the wave and undertow
I will float until I learn how to swim
Inside my mother in a garbage bin
Until I find myself again, again

C’è da dire, in ogni caso, che non è sbagliato considerare l’album sotto un punto di vista religioso anche se, più che dal cristianesimo, Jeff si è detto molto affascinato dal buddismo e dalla cultura orientale. La vena religiosa che notiamo in molte canzoni è da considerarsi quindi, più che altro, come un richiamo soprannaturale, metafisico, che Jeff è convinto di trovare nella natura, in ogni cosa che ci circonda. Solo vedendo la realtà da più prospettive, non solo nella sua materialità, possiamo apprezzare la vita e coglierne la bellezza. In questo senso “In the aeroplane over the sea” è una sorta di caleidoscopio di emozioni, una lente di ingrandimento sulla nostra interiorità.

Ce lo dimostra perfettamente la title-track “In The Aeroplane Over The Sea“, che spicca per la sua atmosfera rilassata e sognante ed è, senza alcun dubbio, una delle più belle canzoni pop mai scritte. E’ un inno alla vita, alla gioventù, alla libertà, alla felicità e all’amore. Un testo gioioso ma velato da quella malinconia che riporta ai nostri occhi l’immagine della giovane Anne Frank, richiamata direttamente in un paio di versi (”Anna’s ghost all around / Hear her voice as it’s rolling and ringing through me“).

What a beautiful face
I have found in this place
That is circling all around the sun
What a beautiful dream
That could flash on the screen
In a blink of an eye and be gone from me
Soft and sweet
Let me hold it close and keep it here with me

And one day we will die
And our ashes will fly
From the aeroplane over the sea
But for now we are young
Let us lay in the sun
And count every beautiful thing we can see
Love to be
In the arms of all I’m keeping here with me

La canzone prosegue con una delle descrizioni anatomiche che compaiono più volte nell’album e che sembrano ricalcare fedelmente le visioni di un sogno dove ogni cosa appare nitida, come se fosse viva. E’ un’immagine strana, quella che Jeff utilizza per mettere in versi il suo desiderio di ridare vita al fantasma che lo perseguita, un’immagine però incredibilmente vivida, reale: sembra di poter toccare con mano i suoi sentimenti e la sua nostalgia di un tempo ormai sbiadito nella memoria, in bilico tra realtà e sogno.

Now, how I remember you
How I would push my fingers through your mouth
To make those muscles move
That made your voice so smooth and sweet
And now we keep where we don’t know
All secrets sleep in winter clothes
With one you loved so long ago
Now he don’t even know his name

L’album prosegue con Two-Headed Boy, ritratto di un freak che è il simbolo del disagio, della frustrazione di chi è imprigionato in un mondo (”I can hear as you tap on your jar“) e costretto a crescere rinunciando ai propri sogni, alle proprie aspirazioni. C’è chi ci legge un riferimento al sofferto abbandono del mondo dell’infanzia, chi ad un’ambiguità sessuale, chi di nuovo ad Anne Frank, all’olocausto e, in particolare, a Peter (il ragazzo che Anne amava). E il ragazzo a due teste? Potrebbe essere una bellissima metafora per rappresentare Jeff nella sua duplicità: un clown che cammina sul confine tra realtà e sogno e sorride, mentre lacrime rigano il suo volto.

Two-headed boy
There is no reason to grieve
The world that you need is wrapped in gold silver sleeves
Left beneath Christmas trees in the snow
And I will take you and leave you alone
Watching spirals of white softly flow
Over your eyelids and all you did
Will wait until the point when you let go

Holland, 1945Anche Communist Daughter ci presenta una figura enigmatica, questa volta una ragazza, sempre in una sorta di isolamento, come se fosse in conflitto con il mondo e in cerca di un equilibrio interiore. I richiami sessuali sono ancora più evidenti, così come la semplice ma suggestiva descrizione paesaggistica che suggerisce ancora una volta, come anche nella title-track, una visione panteistica del mondo.

In mezzo The Fool, intermezzo strumentale, e, soprattutto, Holland, 1945, il richiamo più diretto e inequivoco a Anne Frank e agli orrori dell’olocausto su, cui, tuttavia, emerge ancora una volta la bellezza dell’amore, simboleggiato da due occhi adornati da rose bianche.

The only girl I’ve ever loved
Was born with roses in her eyes
But then they buried her alive
One evening, 1945
With just her sister at her side
And only weeks before the guns
All came and rained on everyone
Now she’s a little boy in Spain
Playing pianos filled with flames
On empty rings around the sun
All sing to say my dream has come

But now we must pick up every piece
Of the life we used to love
Just to keep ourselves
At least enough to carry on

Holland, 1945 è anzitutto un elogio della purezza e dell’innocenza dell’infanzia, una condanna all’olocausto e agli errori/orrori dell’uomo poi ed, infine, un invito a vivere cercando di trarre il meglio dal passato per rendere migliore il futuro. La canzone, dal ritmo molto deciso, si chiude toccando temi familiari molto toccanti che non possono non ricordare il Diario di Anne e il suo ottimismo per la vita che la portava ad affermare che, dopo tutto, non aveva mai smesso di confidare nella bontà dell’uomo.

And here’s where your mother sleeps
And here is the room where your brothers were born
Indentions in the sheets
Where their bodies once moved but don’t move anymore
And it’s so sad to see the world agree
That they’d rather see their faces fill with flies
All when I’d want to keep white roses in their eyes

Altra canzone molto toccante, un gioiello di ben otto minuti di durata, è Oh, Comely. Accompagnato solo dalla sua chitarra, Jeff canta di un amore perduto, di un enorme rimpianto, di una ferita ancora aperta nel suo cuore. E’ nello stream of consciousness che dura per gran parte del brano tutta la sua emozionante creatività, è nell’indeterminatezza dei suoi versi tutta la carica evocativa, che ci porta talvolta ad interpretarli proprio in funzione dei nostri sentimenti.

Oh comely
I will be with you when you lose your breath
Chasing the only
Meaningful memory you thought you had left

Anne FrankRichiamata ancora una volta la figura di Anne, il tono si fa più cupo e malinconico. La riflessione sulla vita e sulla morte, in questa seconda parte dell’album, sembra affiancare ossessivamente quella che all’inizio si poteva individuare sull’infanzia e l’adolescenza. In più, il rimpianto di non aver mai conosciuto Anne, di non averla potuta salvare dai suoi nemici.

I know they buried her body with others
Her sister and mother and 500 families
And will she remember me 50 years later?
I wished I could save her in some sort of time machine
Know all your enemies
We know who our enemies are
Know all your enemies
We know who our enemies are

Infine, il ricordo di un amore perduto e il sogno di un mondo perfetto dove unire i propri corpi stretti in un abbraccio eterno.

Goldaline, my dear
We will fold and freeze together
Far away from here
There is sun and spring and green forever
But now we move to feel
For ourselves inside some stranger’s stomach
Place your body here
Let your skin begin to blend itself with mine

Ghost è l’ossessione di Jeff fatta canzone. Un’ossessione chiamata Anne che lo perseguita, con la sua voce, dappertutto. Un’ossessione impalpabile che ha i connotati dell’amore più puro e tenero, dell’ingenuità infantile che, pur svanendo all’apparenza, in realtà non ci abbandona mai (”I know that she will live forever / She won’t ever die“). Da brividi le atmosfere post-moderne e le visioni stralunate (”And she was born in a bottle-rocket, 1929“) tra cui quella di una ragazza che cade dalla cima di un grattacielo in fiamme.

Ghost, ghost, I know you live within me
I feel you as you fly
In thunderclouds above the city
Into one that I love

Mai come in questa canzone il ricercato espressionismo di Jeff e il gusto surreale delle sue canzoni sembrano essere non un mero pretesto stilistico per evadere dalla claustrofobica realtà di tutti i giorni, ma un sofferto tentativo di mettere a nudo la propria interiorità per sconfiggere i fantasmi della psiche. Non un’evasione fine a se stessa e isolata dalla realtà, ma un intreccio continuo e organico tra reale e fantastico, dove l’immaginazione sembra completare e dare un senso più profondo all’esperienza, in tutta la sua complessità, armonia e drammaticità.

Dopo un secondo intermezzo strumentale senza titolo, l’ultima canzone: Two-Headed Boy Part 2, criptica allo stesso modo, se non di più, di Two-Headed Boy. L’invocazione iniziale richiama ancora alla mente Anne e, stavolta, il suo rapporto col padre.

Daddy, please, hear this song that I sing
In your heart there’s a spark that just screams
For a lover to bring
A child to your chest that could lay as you sleep
And love all you have left like your boy used to be
Long ago wrapped in sheets warm and wet

E’ una canzone davvero malinconica, sofferta ma estremamente tenera nella sua umanità. L’immagine di un padre in cerca del figlio perduto, così, si intreccia alla storia di un ragazzo (Peter?) che ripensa alla sua ragazza defunta (Anne?) ma che, nei suoi sogni, è ancora viva, e a quella di un altro ragazzo (presumibilmente lo stesso two-headed boy) che cerca di comunicare il suo affetto al fratello ovvero all’altra parte di sé (”I’m still wanting my face on your cheek“).

In my dreams you’re alive and you’re crying
As your mouth moves in mine, soft and sweet
Rings of flowers around your eyes and I’ll love you
For the rest of your life

In the aeroplane over the sea“, che era iniziato con un’esplosione di creatività e un’immersione nel mondo grottesco e fiabesco dell’immaginazione ed era continuato con un viaggio emotivo dolce e amaro tra ricordi, rimpianti e sogni, finisce così in lacrime di commozione. La malinconia e la gioia: di vivere, di sognare, di amare.


3 commenti a Neutral Milk Hotel, In the aeroplane over the sea
  1. Elena:

    Beh non commento neanche :D
    Enciclopedico davvero! Ma la domanda sorge spontanea… ma Jeff dove è finito? XD

  2. Matteo:

    Sembra che ora viva a New York, sposato con la regista Astra Taylor. Dicono che scrive ancora musica ed è felice, ma non si sa nulla di un suo nuovo disco o cose così…

    (http://www.slate.com/id/2185219/pagenum/2)

  3. Elena:

    Bon!!! Beato lui a New York! :Q__


Scrivi un commento




I campi contrassegnati con * sono obbligatori. L'email non verrà visualizzata.


Cerca


Chi sono

Matteo, 1988, Milano

Cosa mi piace

Cinema
Libri
Musica

Categorie


Articoli recenti

Il nastro bianco di Michael Haneke
Pedofilia: quello che la gente non sa
Antichrist di Lars Von Trier
Il mistero dei marchi sulla pelle (Cross-Hair Marking)
Ingannevole è il cuore più di ogni cosa, J. T. LeRoy
Control: la vita di Ian Curtis in Italia
The Chameleons, Script of the bridge
Funny Games di Michael Haneke
Mulholland Drive di David Lynch
Seth, il bambino che ci ha insegnato a vivere



Meta

Login
Feed RSS
Powered by WordPress. Grafica e contenuti realizzati da Matteo Maculotti.