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Edipo e la SfingeNegli ultimi mesi mi sono interessato al teatro dell’antica Grecia, in particolare alla tragedia attica nata ad Atene nel V secolo a.C. Tornerò spesso su questo argomento, d’altronde ho scritto già qualche articolo a riguardo nel vecchio blog (La nascita della tragedia, Edipo Re, Alcesti). Questa vuole essere solo un’introduzione al tal genere teatrale, genere sicuramente affascinante e controverso come pochi (basti pensare al gran numero di studiosi che ne hanno analizzato il ruolo e il significato).

La tragedia greca nacque ad Atene intorno al V secolo a.C. Una data di origine non esiste: cercare di stabilirla sarebbe una convenzione inutile, più proficuo è invece analizzare il clima culturale in cui si sviluppò. Il ruolo che assunse questo genere teatrale fu quello di un grande rito collettivo della polis, una grande meditazione sulla condizione umana che, affondando le sue radici nella dimensione mitica, si rifletteva nelle problematiche di una polis nel pieno del suo splendore ma nella quale erano ormai insiti i germi della futura caduta.

L’uomo ateniese per la prima volta si interrogò sul mondo che lo circondava, in particolare sul ruolo dell’uomo e sul suo rapporto con le forze divine. Nacque così l’eroe tragico con tutte le sue contraddizioni, tra cui il paradosso per cui egli è grande tra gli uomini e, contemporaneamente, minuscolo per gli dei. Sofocle descrisse l’uomo come l’essere più meraviglioso del creato e, nello stesso tempo, come il più terribile. La sua ambiguità si rifletteva anche sulla scena, dove veniva rappresentato il maggiore conflitto che alimenta ogni tragedia: il contrasto tra volontà e necessità. Le vicende, non più raccontate in terza persona ma drammatizzate direttamente sulla scena dai protagonisti, si svolgevano nel presente del teatro ma tendevano inevitabilmente ad una fine che era già scritta nel passato del mito.

La tragedia vive appunto di opposti e di contraddizioni, è alimentata dal loro contrasto. La giustizia divina contro la scelta umana, la volontà umana contro il destino degli oracoli, la razionalità contro l’irrazionalità umana: queste e decine di altre problematiche erano in continua lotta nelle tragedie di Eschilo, Sofocle e Euripide. E’ questa la loro particolarità: non esprimono nessuna sentenza, ma pongono degli interrogativi su cui riflettere. Proprio per questo schiere di studiosi avanzano tuttora ipotesi sul messaggio e sul significato della tragedia greca.

A. Schopenhauer vide nel messaggio della tragedia un invito alla rassegnazione, ad allontanarsi da una vita di noia e dolore. F. Nietzsche, ne “La nascita della tragedia“, trovò nella tragedia greca la massima espressione artistica dell’uomo, la perfetta armonia di apollineo e dionisiaco: l’uomo greco seppe dare voce alla sua angoscia e ai suoi impulsi irrazionali in una dimensione razionale quale il teatro.

Il fatto che la tragedia non si risolvesse semplicemente in una rappresentazione teatrale è evidente, nè tantomeno essa fu semplicemente un’amara constatazione della miseria dell’uomo. W. M. Dixon afferma che la grandezza della tragedia è lo slancio che promuove verso il trascendente, il limite che l’eroe tragico cerca di superare. A. Camus ritiene invece che il messaggio della tragedia sia quello di un progressivo ritorno all’umanità: il riconoscimento di un destino superiore quale limite invalicabile per la propria condizione porta l’uomo a riappropriarsi di tutto ciò che effettivamente gli è proprio. Per questo Edipo, cieco e vagabondo ma sorretto dall’amore delle due figlie, arriva a dire che “Tutto è bene”.

Se volete approfondire l’argomento, vi invito a visitare il sito su cui ho riportato la tesina che ho svolto per la maturità del 2007: Il senso del tragico.


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