La gente si indigna per la Giornata dell’orgoglio pedofilo: sulla rete riesce quasi impossibile trovare informazioni vere e proprie su questa iniziativa, ma in compenso possiamo leggere migliaia di messaggi di protesta e insulti a riguardo.
Peccato soltanto che la maggior parte della gente non sappia nemmeno di cosa si stia parlando, cosa certamente necessaria per poter discutere sulla meritevolezza o meno di eventi di questo tipo: non c’è modo peggiore per combattere gli abusi sui minori che l’ignoranza e la superficialità.
Basta una lettura veloce della pagina Pedofilia di Wikipedia per comprendere che tra pedofilo e molestatore di bambini vi è una significativa differenza, che potremmo riassumere nel binomio potenza e atto.
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Due corpi si stringono in un amplesso animalesco, le loro braccia sfiorano la pelle sudata tra le lenzuola. Un uomo e una donna. La stanza è buia, come la notte fuori.
Di là c’è un bambino che esce dal suo box e sale sul davanzale della finestra. Respira la libertà. Cade la neve fuori e, d’un tratto, cade anche lui. Muore. Col suo peluche vicino. Soffice, sulla neve.
Nella casa, i simboli di una storia vecchia come il mondo preannunciano la tragedia della coppia. Sono tre statuette dai nomi inquietanti: dolore, ansia, disperazione; e la storia che narrano è proprio quella di lui e di lei, la storia dell’uomo.
Il nuovo film di Lars Von Trier, l’attesissimo e assai discusso “Antichrist“, si apre con un prologo di un’intensità rara, accompagnato dalle note e dai versi di un’aria di Handel: “Lascia ch’io pianga / mia cruda sorte / e che sospiri la libertà“. Le immagini rallentate, in bianco e nero, corrono lente sullo schermo e impietriscono.
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Svegliarsi una mattina e scoprire un simbolo, sul proprio corpo, che sembra essere spuntato dal nulla. Una specie di marchio geometrico, di colore rosso, di una precisione inquietante. Un film di fantascienza? Un episodio di X-Files? No, la realtà. Varie testimonianze di persone provenienti da diverse parti del mondo lo confermano.

Ne ho avuto esperienza diretta anch’io, in questi giorni. Un mio conoscente, facendosi la doccia, ha scoperto di avere sul petto, a destra, questa strana macchia.
Dapprima convinto fosse una cosa da niente che sarebbe andata via in poco tempo, poi via via sempre più allarmato, ha cercato (e io con lui) di ricordare cosa avesse fatto le ore precedenti alla famigerata scoperta. Era venuto in contatto con qualche oggetto particolare, magari molto caldo? Si era graffiato con qualcosa? Le ricerche risultano vane, così decido di fare un giro sul web e approfondire il mistero.
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Si apre con un pupazzo di Bugs Bunny sventolato davanti alla sua faccia da quella che dice di essere la sua vera madre. Sarah, diciottenne che lo aveva partorito quattro anni prima ed ora è venuta a riprenderlo dai genitori adottivi. Si chiude nel buio di una stanzetta, con un ricordo che riemerge dall’ombra dei suoi pensieri.
Nel 1999 viene presentato come l’autobiografia di Jeremiah Terminator LeRoy, all’epoca diciannovenne. Il libro diventa in breve tempo un bestseller acclamato dalla critica che non tarda a consacrare LeRoy come uno degli scrittori più talentuosi della sua generazione.
Soltanto nel 2006 si scopre che LeRoy non esiste, che i fatti narrati non sono realmente accaduti e che dietro a tutto questo si cela in realtà una scrittrice chiamata Laura Albert.
Ingannevole è il cuore più di ogni cosa (The heart is deceitful above all things) racconta la storia del piccolo Jeremiah: la sua crescita in un mondo di droga, prostituzione, degenerazioni di vario tipo e smarrimento continuo, infinito.
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Esce a fine settembre ottobre, nelle sale italiane, Control di Anton Corbijn. Il film è incentrato sulla fragile e tormentata figura di Ian Curtis, leader dei Joy Division che si tolse la vita a 23 anni dopo aver consegnato alla storia due album (e altre canzoni) memorabili.
La storia è tratta dalla biografia scritta da sua moglie (Deborah Curtis), “Touching from a distance” (in italiano “Così vicino, così lontano“).
Il bianco e nero della pellicola sembra ridare vita alla Macclesfield (vicino a Manchester) grigia, tutta fabbriche e ciminiere, di quegli anni: nel 1973 Ian è un ragazzo di 16 anni che nel tempo libero, lungi dallo studiare, si barrica in camera ad ascoltare la sua musica preferita (David Bowie, Lou Reed, Velvet Underground), a leggere (Ballard, Burroughs) e a fumare. Conosce Debbie, che diventerà sua moglie. Canta in una band, i Warsaw, che diventeranno i Joy Division.
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