Un’anziana voce ci accompagna, attraverso i ricordi, in un villaggio protestante nelle campagne del nord/est della Germania. Corre il 1913, e la scoppio della prima guerra mondiale è alle porte. Le immagini sono nitide, confezionate in un sontuoso bianco e nero: antiche diapositive scolpite nella mente, a rievocare strani avvenimenti che nascondono in sé una verità ben più grande del segreto di un villaggio.
L’ambizione di Michael Haneke è enorme: indagare la genesi della degenerazione di un intero popolo ricercando i germi del nazismo nel microcosmo di un paesino come tanti, tra le pieghe della vita dei suoi abitanti.
Tutto inizia con un incidente - annuncia la voce narrante dell’uomo che, allora, era il giovane maestro del villaggio. A turbare per la prima volta la tranquillità della gente è una corda, quasi invisibile all’occhio, su cui inciampa il dottore a cavallo. E’ il primo soltanto di una serie di avvenimenti sinistri che hanno il sapore amaro dell’intimidazione o della vendetta e, cosa che ne amplifica l’eco, sembrano architettati da una mano decisa e risoluta nascosta nella più fitta ombra.
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La gente si indigna per la Giornata dell’orgoglio pedofilo: sulla rete riesce quasi impossibile trovare informazioni vere e proprie su questa iniziativa, ma in compenso possiamo leggere migliaia di messaggi di protesta e insulti a riguardo.
Peccato soltanto che la maggior parte della gente non sappia nemmeno di cosa si stia parlando, cosa certamente necessaria per poter discutere sulla meritevolezza o meno di eventi di questo tipo: non c’è modo peggiore per combattere gli abusi sui minori che il farlo con ignoranza e superficialità.
Basta una lettura veloce della pagina Pedofilia di Wikipedia per comprendere che tra pedofilo e molestatore di bambini vi è una significativa differenza, che potremmo riassumere nel binomio potenza e atto.
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Due corpi si stringono in un amplesso animalesco, le loro braccia sfiorano la pelle sudata tra le lenzuola. Un uomo e una donna. La stanza è buia, come la notte fuori.
Di là c’è un bambino che esce dal suo box e sale sul davanzale della finestra. Respira la libertà. Cade la neve fuori e, d’un tratto, cade anche lui. Muore. Col suo peluche vicino. Soffice, sulla neve.
Nella casa, i simboli di una storia vecchia come il mondo preannunciano la tragedia della coppia. Sono tre statuette dai nomi inquietanti: dolore, ansia, disperazione; e la storia che narrano è proprio quella di lui e di lei, la storia dell’uomo.
Il nuovo film di Lars Von Trier, l’attesissimo e assai discusso “Antichrist“, si apre con un prologo di un’intensità rara, accompagnato dalle note e dai versi di un’aria di Handel: “Lascia ch’io pianga / mia cruda sorte / e che sospiri la libertà“. Le immagini rallentate, in bianco e nero, corrono lente sullo schermo e impietriscono.
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Svegliarsi una mattina e scoprire un simbolo, sul proprio corpo, che sembra essere spuntato dal nulla. Una specie di marchio geometrico, di colore rosso, di una precisione inquietante. Un film di fantascienza? Un episodio di X-Files? No, la realtà. Varie testimonianze di persone provenienti da diverse parti del mondo lo confermano.

Ne ho avuto esperienza diretta anch’io, in questi giorni. Un mio conoscente, facendosi la doccia, ha scoperto di avere sul petto, a destra, questa strana macchia.
Dapprima convinto fosse una cosa da niente che sarebbe andata via in poco tempo, poi via via sempre più allarmato, ha cercato (e io con lui) di ricordare cosa avesse fatto le ore precedenti alla famigerata scoperta. Era venuto in contatto con qualche oggetto particolare, magari molto caldo? Si era graffiato con qualcosa? Le ricerche risultano vane, così decido di fare un giro sul web e approfondire il mistero.
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Si apre con un pupazzo di Bugs Bunny sventolato davanti alla sua faccia da quella che dice di essere la sua vera madre. Sarah, diciottenne che lo aveva partorito quattro anni prima ed ora è venuta a riprenderlo dai genitori adottivi. Si chiude nel buio di una stanzetta, con un ricordo che riemerge dall’ombra dei suoi pensieri.
Nel 1999 viene presentato come l’autobiografia di Jeremiah Terminator LeRoy, all’epoca diciannovenne. Il libro diventa in breve tempo un bestseller acclamato dalla critica che non tarda a consacrare LeRoy come uno degli scrittori più talentuosi della sua generazione.
Soltanto nel 2006 si scopre che LeRoy non esiste, che i fatti narrati non sono realmente accaduti e che dietro a tutto questo si cela in realtà una scrittrice chiamata Laura Albert.
Ingannevole è il cuore più di ogni cosa (The heart is deceitful above all things) racconta la storia del piccolo Jeremiah: la sua crescita in un mondo di droga, prostituzione, degenerazioni di vario tipo e smarrimento continuo, infinito.
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